lunedì 11 novembre 2013

Penna bianca, ancora lui...

Articolo di P. ZILIANI preso dal "IL FATTO QUOTIDIANO" 
Un’intera squadra che a fine partita viene sottoposta a controllo antidoping: 11 giocatori su 11, mai successo nella storia. Un’intera squadra che a licenziamento avvenuto accusa l’allenatore: “Voleva darci troppi farmaci”. Se è vero che errare è umano e perseverare è diabolico, c’è qualcosa di sinistro nel comportamento di Fabrizio Ravanelli, l’ex Penna Bianca che dopo una gloriosa carriera da bomber si era messo in testa di diventare allenatore. Due anni a insegnar calcio ai bimbi della Juventus, poi a 44 anni ecco l’Ajaccio che gli offre la panchina. E lui accetta, a patto che il club ingaggi anche Ventrone, il preparatore atletico della Juve di Lippi e braccio destro del famigerato Agricola finito sotto processo, con Giraudo, per doping e frode sportiva. Un processo chiusosi nel 2007 con la Cassazione che ritiene provata l’illecita somministrazione di farmaci, eccezion fatta per l’Epo, annulla l’assoluzione pronunciata in Appello ma dichiara prescritto il reato.

Cento giorni dopo la firma, l’avventura di Ravanelli in Corsica è già al capolinea. Avventura da dimenticare. Non tanto per il licenziamento arrivato pochi giorni fa con l’Ajaccio ultimo (7 punti in 12 partite), quanto per le accuse che i giocatori hanno lanciato al tecnico. A cominciare dal difensore Cédric Hengbart: “Ci consigliavano di prendere quelle cose (creatina, amminoacidi, omega 3, idrato di carbone e altro ancora, ndr) e io sono stato tra i pochi a rifiutarmi: ho 33 anni, una carriera alle spalle e non la chiudo certo cominciando a impasticcarmi”.

Che ci fosse qualcosa di poco chiaro, nelle “pratiche da spogliatoio” che il duo Ra-Ve incoraggiava lo sospettava anche la Federazione: che sabato 21 settembre, al termine di Rennes- Ajaccio 2-0, aveva sottoposto a controllo tutti i giocatori scesi in campo: Rennes compreso, tanto per non fare differenze. E chissà se ad alimentare la diffidenza aveva contribuito la voce, rilanciata dal dr. J.P. Monedard, autore del libro Il doping nel calcio, di un Ravanelli dedito al consumo di cocaina ai tempi in cui giocava nel Marsiglia (97-99), accusa peraltro mai provata.

DI CERTO, rivedere oggi su Youtube il filmato di Un giorno in Pretura con Ravanelli che risponde goffo alle domande del giudice Casalbore nel processo di Torino fa un certo effetto. Fabrizio ammette di aver fatto uso di creatina, fatto flebo di esafosfina e Tad 600 e di aver assunto Samyr. Incalzato da Casalbore, nega di aver mai sofferto di problemi psicologici (Agricola aveva parlato di Samyr assunto per lo stress dovuto alla nascita del figlio) e di patologie al cervello (Ravanelli assumeva il Liposom forte con cui vengono curati pazienti con alterazioni metaboliche cerebrali).

Insomma: cominciata male, la prima esperienza di Ravanelli allenatore è finita peggio. E siccome c’è già chi adombra sviluppi imbarazzanti del feuilleton, forse è il caso che Penna Bianca torni a darsi al ciclismo. Anni fa ha fondato l’Umbria Cycling Team: insista con le due ruote. A patto che non gli venga in mente d’ingaggiare, come preparatore atletico, Lance Armstrong.

giovedì 10 ottobre 2013

Horst wein: il calcio a misura dei ragazzi

Entra spingendo il trolley, fronte alta, attraversa il vialetto dentro il centro sportivo di Zanica, casa Albinoleffe. Lo sguardo è fiero, ma umile, e sorridente insieme. Saluta, dispensando subito battute, dal presidente al magazziniere. Nota alcune pareti ritinteggiate di fresco ed esulta, “è importante che ci sia sempre un miglioramento”. Poi volge lo sguardo a sinistra, su uno dei “cubotti” degli spogliatoi e s'acciglia, “ancora quella scritta lì? Quando la togliamo?!”. Bonario rimprovero a quel cartello “istruttori”. “Basta con allenatori e istruttori – rispiega – non si deve istruire nessuno. È il tempo dei formatori nel calcio, che hanno un ruolo da servitore dei ragazzi, devono guidarli, accompagnarli alla scoperta del gioco, devono stimolarli con una grande varietà di giochi semplificati, devono farli pensare, con delle domande, perchè possano risolvere da soli i problemi. Ci vuole un apprendimento attivo del ragazzo, che rimanga impresso a lungo nella sua memoria".

Uno a zero per Horst Wein, senza discussione. Tanti esperti, del resto, giurano: è il miglior formatore al mondo per i settori giovanili. L'allenatore degli allenatori...pur non avendo mai allenato una squadra. Il curriculum, infinito, lo certifica: è il numero uno. Ma lui, “giovanotto” tedesco dalla matrice hockeystica creatore della cantera del Barcellona, si piazza in barriera: “Il gioco dovrebbe essere sempre il maestro e non l'allenatore: percepire prima, dopo capire tutto ciò che si è visto, per prendere decisioni corrette e finalmente saper eseguire ciò che il cervello ha detto ”, declina rispolverando una delle cinque lingue che padroneggia.

Da qualche mese nel suo world tour per insegnare calcio, dagli Stati Uniti all'Asia, dall'Africa all'Europa, fa tappa fissa a Zanica. Ospite d'onore della prima società italiana che – su input del patron Gianfranco Andreoletti - ha deciso di puntare tutte le sue fiches sul “Funino”, il 3 contro 3 a quattro porte, vero must dell'ideologia di Wein che tradotto significa "divertimento per il bambino" (lo praticava già 24 anni fa, a 8 anni, Xavi, forse il giocatore con migliore visione di gioco al mondo).

Quando arriva, per proseguire con il corso di formazione, sono tutti, metaforicamente, per rispetto e ammirazione, sull'attenti. Il primo abbraccio è con Marcello Nardini, ex portiere professionista dell'Hannover 96, il suo alter-ego in Italia, che gestisce con grande passione e maestria, la Horst Wein Association nel nostro Paese. C'è anche dr.Franco Anglana, lo specialista del “Brain Kinetic”, un allenamento divertente ed efficace del muscolo più importante per qualsiasi calciatore, il cervello. E ci sono anche io: “piacere”, fa. Poi, senza nessun mio input, perchè è ora di cominciare il corso e non voglio fargli perdere tempo, aggiunge, “Solo un flash: un obiettivo primario nello sviluppo di un giovane calciatore è favorire sempre la creatività dei bambini. Tutti loro ne hanno, ma sia a scuola che a calcio viene castrata, perchè sono sempre sotto esame, sempre vincolati ai risultati: così prevale lo stress, che è nemico della creatività”.
Prendo, annoto e porto a casa (magari lo dirò anche alle insegnanti dei miei figli...). Intanto, due a zero, pulito.

Gli istruttori (pardon, i formatori) dell'aspirante cantera de Berghem s'affollano nell'aula multimediale. E inizia lo spettacolo, per chi ha sete di calcistico sapere.

A condurre le operazioni è Nardini. Tema del giorno, il portiere, e lui ha il physique du role. S'alternano slide, video, dubbi, domande. Occhi sgranati, in platea. Cento concetti interessanti, più o meno noti, mille consigli e suggerimenti, più o meno particolari. Dall'uso di bende monoculari a mascherine speciali che impediscono di guardare il pallone, dall'uso di palloni sonori a quello di musiche stimolanti: è il Brain Kinetic. Stimoli – visivi, uditivi, tattili – per tenere sempre sveglio e concentrato il cervello, forza motrice di tutto il resto. E anche “trucchi”, come quello di creare un linguaggio indigeno di parole in codice e gesti con cui i propri giocatori possano comunicare, senza essere compresi dagli avversari.

Poi tutti in campo. E mentre i ragazzi sperimentano il metodo, io intervisto il “guru”...

- Come sintetizzare il metodo Wein?

Il calcio moderno inizia nella testa e finisce nei piedi.

- Cosa significa che il gioco è il maestro?

Che bisogna guardarlo e analizzarlo, in maniera da accumulare più informazioni possibili. Così poi si possono notare i dettagli, che sono quelli che fanno la differenza.

- Mi dica gli ingredienti chiave per allestire un buon vivaio...

Prima un ottimo modello di insegnamento, un plan. Dopo la voglia e la passione di lavorare in maniera continuativa con i talenti calcistici, le strutture e le infrastrutture adeguate per potersi allenare anche tutti i giorni.

- Secondo lei, dei bambini di 8-10 anni possono allenarsi tutti i giorni?
Domanda a loro! Loro vogliono ogni giorno, perchè no? A patto che venga recuperato il calcio come gioco, come quando anni e anni fa si giocava, tutti i giorni, in cortile. Se c'è divertimento, se viene loro permesso di esprimersi, possono venire al campo tutti i giorni. Poi doccia e si fanno i compiti.. Due volte a settimana non sono per niente sufficienti. Dobbiamo recuperare in Italia l'atmosfera del calcio della strada e per questo il Funino ha un grande futuro!

- Quindi in Italia non si lavora abbastanza. Almeno, lo si fa bene?

Assolutamente no! Bisogna buttare via tante cose, specialmente il sistema competitivo fin dai più piccoli. Campionati, classifiche, stress, portano solo negatività. E non permettono ai bambini di essere liberi, creativi e avere per sufficiente tempo la palla. Ma per fortuna sembra che si voglia invertire la rotta: Arrigo Sacchi ha appena approvato il nostro metodo, il Calcio a Misura di Ragazzi, se ci impegniamo adesso a fondo, tra 15 anni saremo avanti a tutti.

- In quali Paesi si stanno coltivando meglio i vivai?

In Spagna, in Danimarca e in Finlandia: qui, in un paesino 70 km sopra Helsinky, ci sono dei bambini di 9 anni che sembrano giocare con la stessa padronanza dei professionisti: il motivo? Da quando hanno 4 anni praticano solo il Funino, senza competizioni ufficiali.

- Nel libro scrive che “un tecnico che vince tutto con i giovani non ha lavorato per il futuro dei ragazzi, ma per il proprio”, cosa intende?

Che bisogna avere pazienza, bisogna seminare bene, per raccogliere i frutti con il tempo. Non bisogna puntare fino ai 12 anni alla vittoria a tutti i costi. I bambini vogliono solo giocare e divertirsi, sono certi allenatori, e troppi genitori, che vogliono solo vincere."

Di Alessandro Crisafulli

lunedì 9 settembre 2013

E i vostri dove stanno sul pullman?


"Ho questa teoria: a seconda di come si sistemano sul pullman i calciatori, e del posto occupato, si capiscono le gerarchie nello spogliatoio delle squadre di calcio. Come quando andavamo a scuola. E facevamo le gite scolastiche di più giorni. Ecco, c’era quello che stava davanti: era tipicamente quello che stava male, che soffriva il viaggio, che parlava tutto il tempo con i professori, e doveva per forza starsene buono, tranquillo, e quindi era preso in giro dagli altri compagni di classe. C’era quello che si sedeva sempre a metà pullman, lato finestrino: era quello che si metteva le cuffiette, e non parlava con nessuno, neanche cantava con gli altri, e forse non si accorgeva neppure chi gli sedeva accanto. C’era quello che si metteva lato corridoio, centrale: era quello che voleva ma non poteva, cioè la via di mezzo, quello che simpatizzava con i nerd, ma allo stesso tempo voleva fare combutta con quelli che facevano casino. E poi, beh, c’era il blocco duro, il gruppo dei capi banda, quelli che gestivano tutto, da dietro, da laggiù in fondo, da lontano: i sedili posteriori erano i loro. Il capo banda, era quello che si sedeva centrale, in fondo, quello che davanti aveva l’intero corridoio del pullman da tenere sott’occhio, e riusciva con un piccolo movimento della testa, a guardare negli occhi tutti. Era il bello. Era il più temuto. Ma quelli che facevano ridere, con la battuta pronta, erano quelli che gli stavano vicino, ai lati. Erano quelli che avevano ironia, e tenevano alto l’umore del gruppo. Che lanciavano i cori, che lanciavano oggetti a quelli davanti.
Ecco, la sistemazione dei calciatori nei pullman, durante gli spostamenti di una squadra di calcio, dall’albergo allo stadio, me la immagino esattamente così. Sul pullman, in quel momento, su ogni pullman di ogni squadra, si stabiliscono delle gerarchie, delle regole di spogliatoio ben precise. Ma non è il capitano, quasi mai, ad essere nel posto centrale in fondo, quello che guarda l’intero corridoio. E men che meno il suo vice. Il capitano sta solitamente centrale avanzato, senza cuffiette, e nei pressi ha l’allenatore. Il non titolare fisso, invece, sta dietro: simpatizza con i casinisti. Chi non parte dalla panchina, ma è solo un caso per quella giornata, ha le cuffie, centrale. Il secondo portiere è la pedina vagante, parla molto, e non importa con chi. Il terzo, non ne parliamo. Il cocco dell’allenatore, si capisce chi è perché sta davanti. E via così.  
Mi piacerebbe capire meglio, questa sistemazione. Nella prossima giornata di campionato, starò attenta alle immagini dei pullman che arrivano negli stadi. Aiutatemi anche voi! E se avete già delle idee, su chi si siede dove, nella vostra squadra, scrivetemi al più presto. Ci vuole fantasia, però. Dai, è un gioco. Niente di serio, certo."

domenica 21 luglio 2013

Brividi....






"Dimmi che non sto sognando"

Se non vi piace questo finale, non vi piace lo sport.

giovedì 20 giugno 2013

Il mio papà è un Hooligan


Ricevo e pubblico: grazie a F.M.
Articolo di Aleksandar M. Avakumovic dal corriere.it: http://lettura.corriere.it/debates/il-mio-papa-e-un-hooligan/

"Gli stadi e le arene sportive sono luoghi dove si riuniscono in maniera organizzata accumuli repressi e incontrollati di forte rivolta sociale, presenti sia a livello individuale sia di gruppo: sono, in realtà, una sorta di «reattore» nel quale si manifesta l’umore popolare, che si può controllare e canalizzare. Così, l’arena sportiva può diventare uno «sfogo» di energia pericolosa che corre il rischio di essere incanalata verso direzioni che sconfinano nella manipolazione sociale. Per questo rappresenta uno specchio (quasi perfetto) della realtà.
Purtroppo i protagonisti dello sport sono i giovani — spesso i bambini —, mentre nel pubblico sono presenti individui di tutte le età e le categorie sociali. Non solo: nello sport circola un’enorme quantità di denaro. I media seguono con attenzione esclusivamente lo sport «di alto livello», dimensione che si è allontanata già da molto tempo dalla cultura e dall’educazione fisica. Lontano dalla luce dei riflettori, dall’interesse di giornali e tv, si svolgono grandi drammi il cui centro è la famiglia. E l’aspetto più drammatico si riflette sul bambino, sul piccolo atleta, il protagonista del gesto sportivo, della gara, della partita: un giovane individuo messo in relazione con la propria famiglia, scuola e società tramite lo sport.
Qui si innesca un meccanismo delicato, addirittura pericoloso: la famiglia, turbata a causa di varie forme di crisi sociali ed economiche, lotta per sopravvivere e trasmette la pressione ai suoi membri più deboli, ma anche futuribili: i bambini. Molto spesso, quasi seguendo uno schema, i genitori si trasformano incoscientemente in persone violente, prima nei confronti dei propri bambini, e poi, con numerose scenate e sfoghi «vandalici », nei confronti dell’intero ambiente al quale appartengono. Si tratta di una forma contemporanea e sofisticata, tuttavia sempre più visibile, di vandalismo. Che si alimenta della matrice dell’hooliganismo classico, la cui culla cromosomica si ritrova nel calcio britannico.
Cerchiamo di seguire un percorso tormentato aiutati da queste parole chiave: bambini-atleti, hooliganismo, genitori, società.
Fenomenologia dell’hooliganismo
Tutto quello che è forte ha un’energia naturale di espansione. L’hooliganismo non è un’eccezione. Minaccia di «allagare» tutta la società. Molte dighe hanno già ceduto tempo fa e altrettanti paesaggi della struttura sociale sono «sommersi». Modelli di comportamento hooliganistici sono presenti in vari strati, classi, caste, corporazioni, circoli, club e sezioni sociali. La scena pubblica, politica, economica, industriale, artistica, perfino culturale, alla quale, secondo alcune classificazioni, dovrebbero appartenere tutti gli sport, è piena di immagini hooliganistiche dagli esiti distruttivi. Così gli hooligan «innocenti» di cinquant’anni fa sono diventati gli eroi di un’epoca romantica…
Non esiste una parte di struttura sociale che non sia toccata dallo spirito hooliganistico. Purtroppo è influenzata inmaniera forte e pericolosa anche la famiglia, che, in realtà, si comporta molto spesso in modo hooliganistico e violento nei confronti dei propri membri.
Il genitore assume il ruolo dell’hooligan più frequentemente del bambino. Anche il bambino lo diventerà, se non si distacca dall’abbraccio di preoccupazione dei genitori e di attenzione sociale. Queste righe vengono scritte nelmomento in cui il fenomeno si sta diffondendo: la maggior parte dei genitori resiste, lo combatte con ogni sforzo, sentendo che la pressione è, comunque, così forte che ci sono tanti motivi per preoccuparsi e sollecitare l’adozione di provvedimenti per arginare questotsunami sociale e limitarne i danni.
Qui saranno riportati alcuni modelli tipici (esempi, forme) e molto diffusi del comportamento hooliganistico dei genitori e del suo effetto.
Genitore tifoso
Questo tipo di genitore-hooligan degrada, con il suo tifo, un innocente evento sportivo, altamente educativo per i bambini, al livello di un festival senza scrupoli, pieno di insulti da stadio verso uno o tutti i partecipanti della gara. Non viene risparmiato nessuno dei presenti, anche se il bersaglio più conveniente è sempre l’arbitro, di regola considerato al livello tecnico degli stessi giovani protagonisti dell’attività sportiva. Il genitore-hooligan, come anche ogni altro collega, attacca sempre il più debole, visibilmente indifeso. Le misure di sicurezza di tali gare sono scarse o non esistono, così i rischi di crescita della violenza, dalla forma più bassa a quella più alta, sono enormi…
Rovinosi gli effetti della manifestazione, che si riflettono negli insulti e nelle minacce verso gli arbitri, gli avversari e i bambini della squadra avversaria (specialmente verso l’allenatore dei rivali), nella provocazione di conflitti tra singoli o tra gruppi di genitori della squadra avversaria (allora la situazione è particolarmente tragica perché si vede che la gente, in realtà, imita in modo inconscio i modelli di conflitti che hanno visto o ai quali hanno partecipato in occasione di manifestazioni sportive più grandi), nelle minacce, negli insulti e nel disturbo di tutti i presenti.
È particolarmente triste, e rappresenta la forma più drastica di hooliganismo dei genitori, capace di sottoporre a una tortura specifica (a volte solo verbale, sotto forma di grido; ma molto spesso anche fisica, davanti a tutti o a quattr’occhi) quel bambino-atleta che gioca e corre. E che cosa succede nell’anima e nella coscienza del bambino? È meglio non speculare, sappiamo che cosa succede dentro di noi, testimoni neutri di tali scenate.
Genitore allenatore
Molto spesso i genitori indirizzano i loro bambini verso lo sport che loro stessi praticavano o seguivano attentamente già quand’erano giovani. Del tutto logicamente trasferiscono e offrono questa passione ai loro figli, non esaminando l’affinità personale e l’umore del proprio bambino. Possedendo alcune conoscenze ed esperienze precedenti, costruiscono una convinzione sulle proprie elevate competenze e abilità come allenatori. Motivati ufficialmente dallo stare «sempre più vicini al bambino» si trasformano nell’allenatore del proprio figlio (spesso, se hanno quel tipo di capacità, fondano anche la propria organizzazione sportiva), nascondendo anche a se stessi un motivo recondito: il desiderio di essere allenatori anziché genitori attenti.
Evitano di rendersi conto che sovrappongono il loro bisogno al bisogno del bambino di cui, infatti, sanno pochissimo; e più spesso, non se ne interessano neppure. Si può immaginare una forma più perfida di violenza teppistica?
Genitore dirigente
I club e le scuole sportive dell’età contemporanea cercano per sé un management adeguato. Di regola, i club sono impreparati a tale ricerca, lo sport si sviluppa troppo velocemente a tutti i livelli per avere, sul piano del personale, una situazione favorevole. Una delle risorse umane più naturali, e quantitativamente ricche per il reclutamento nel mondo dei dirigenti sportivi, è proprio quella dei genitori dei giovani sportivi interessati a «seguire i bambini».
L’organizzazione sportiva «prega» spesso il genitore di prendere parte all’organizzazione. Capita che egli accetti quest’invito perché sa che tanto la scuola-club è organizzata male. Da questo momento, in un gran numero di casi, accade una graduale trasformazione (lenta o fulminea) in un nuovo tipo di genitore: il dirigente. All’improvviso gli cade dal cielo un po’ di potere, e tutto questo è collegato con la pratica dello sport di suo figlio. Spesso, anche senza fare nessuno sforzo, gli altri — forse per ipocrisia — cominciano anche a trattare il bambino diversamente dagli altri bambini, certo meglio. Lì comincia la violenza, specialmente nei confronti degli altri bambini-sportivi, i cui genitori non sono dirigenti, bensì sono fuori dal sistema, obbligati solo a pagare la quota associativa o la tassa scolastica. Si crea una perfida connessione tra la direzione e gli allenatori che sono pagati dai primi (nel maggior numero dei casi), diretta non allo sviluppo delle attività sportive, ma al soddisfacimento di singoli interessi dei genitori-dirigenti. Su questo punto lo sviluppo della scuola-club viene fermato e il club viene trasformato in un’organizzazione violenta che esegue gli interessi di piccoli dirigenti, trascurando completamente gli interessi sportivi, pedagogici e tutti quelli legati ad essi.
Proprio questo spirito, dietro il quale c’è spesso il genitore-dirigente/hooligan, rappresenta il freno più grande allo sviluppo dello sport. Una cosa sia chiara: i genitori-hooligan non lo consentono. Non lo possono né sopportare né permettere. Loro non soddisfano alcun criterio di qualità, e spesso nemmeno i loro bambini.
Genitore falsamente disinteressato, ma deluso
Questo tipo di genitore-hooligan è particolarmente pericoloso, perché spesso si nasconde abilmente e a lungo. Si tratta di un hooliganismo dei genitori presente in maniera massiccia. Si riscontra tra i gruppi di persone che non hanno esperienze sportive e dunque neanche una cultura sportiva. Nella loro coscienza — insensibilmente, ma anche con forza — nasce una certa ambizione personale: che il loro bambino abbia successo. Con il tempo, e in particolare nel caso in cui il bambino mostri una certa qualità sportiva, la loro ambizione già formata si trasforma in una forte aspirazione, piena di immagini di grande successo, grandi quantità di denaro e gloria. A causa della loro immaturità e del loro squilibrio emotivo, questi genitori, nel caso vi sia un improvviso o graduale abbandono dello sport da parte del bambino, vivono tutto ciò come un crollo delle loro ambizioni. Non conoscendo lo sport, questi genitori cadono in uno stato psichico di delusione, arrivando al limite a forme gravi di depressione. Il bambino che abbandona lo sport, quasi sempre deluso anche lui, non ha neanche immaginato una conseguenza del genere, non capendo fino a quale punto e in quale maniera la sua pratica dello sport abbia influenzato lo stato psicologico dei genitori. Pensava che il genitore non avesse interessi, che, in realtà, fosse distaccato, che non avesse esercitato alcuna pressione. Il bambino spesso vive peggio la delusione dei genitori che la propria. Si arriva alla situazione di sconfitta generale del bambino su un doppio piano: la sensazione di colpa e la responsabilità per la delusione collettiva e per la sconfitta.
Genitore disinteressato
Questa forma di hooliganismo dei genitori è presente in maniera sempre più massiccia. E non è escluso che, alla lunga, si riveli il più pericoloso: si tratta di un vero e sincero disinteresse su come, con quali amici, dove e sotto quali condizioni il proprio bambino pratica lo sport. Si limitano a «parcheggiare» il bambino presso organizzazioni delle quali ignorano l’incompetenza, non curandosi dei possibili effetti che potrebbe avere sui loro figli. Il disinteresse che mostrano nei confronti dei propri figli è la base della violenza. Questa è una delle rare forme di hooliganismo parentale che viene esercitata attraverso la non-azione, la passività, spesso connotata da violenza.
Come uscirne
L’hooliganismo dei genitori è un avversario molto pericoloso dello sport contemporaneo, praticato in gran parte da bambini e giovani. L’hooliganismo dei genitori si è infiltrato nel mondo dello sport, attraverso quello dilettantistico, il che rende tutto il fenomeno ancora più complicato e radicale. Per fortuna, siamo ancora testimoni di un’epoca in cui prevalgono, per numero e influenza, i genitori normali, moderati, equilibrati, che hanno avuto (o anche no) esperienze sportive. Lo sport è ancora indiscutibilmente la forma migliore di utilizzo del tempo libero da parte dei bambini e dei giovani, ma solo a una nuova condizione: che non sia sotto il potere, controllo e influenza dei genitori-hooligan.
Che la cosa sia estremamente grave, di gran lunga più grave di quanto possa sembrare a prima vista, lo dimostra un serio calo d’interesse della famiglia nel consentire ai propri bambini la pratica dello sport. Questo si spiega in modo errato con varie ragioni, di natura soprattutto economica. Invece, non ci si rende conto che c’è una motivazione sempre più frequente: la famiglia sana ha ormai notato che nel mondo dello sport sono in agguato, già all’ingresso, i genitori-hooligan. Questo è il grande ostacolo per lo sviluppo dello sport contemporaneo".

lunedì 10 giugno 2013

Citazione


"La priorita' e' lo sport alle elementari e come diritto di tutta la cittadinanza. In un momento di crisi economica, occorre capire che l'alfabetizzazione motoria e' un mezzo per contenere i costi sanitari. A patto che insegnino laureati in Scienze motorie........ Il dilettantismo, al vertice, e' una falsita'...... Ma se si e' legiferato per baby-sitter e colf, perche' non farlo per chi vive di sport? Le mamme-atlete, per esempio, vanno tutelate. E capisco l'importanza degli stadi, ma certi investimenti non siano a discapito dello sport di base".

Josefa Idem