sabato 18 gennaio 2014

I tre no dell'Hajduk Spalato

Articolo di Andrea Luchetta, preso dal settimanale ET della Gazzetta Dello Sport

L'HAJDUK DICE ADDIO ALL'ULTIMO PARTIGIANO

"L'ultimo campione dell'Europa libera se ne è andato a fine Dicembre, pochi giorni prima di compiere 90 anni. Hrvoje Culic, una vita fra il cielo e il mare della sua Spalato, era rimasto da solo a custodire la memoria di una delle squadre più straordinarie del Novecento. Solo, un pò come lo era in campo, lui portiere di quell'Hajduk che seppe trasformarsi nella squadra della Resistenza europea. "Tutto ebbe inizio nel 1941, quando i dirigenti del club pronunciarono il primo dei tre NO" racconta il giornalista Aleksandar Holiga. Spalato era stata appena annessa all'Italia. In un incontro con le autorità fasciste, i dirigenti dell'Hjduk rifiutarono di eseguire il saluto romano, prima di respingere l'offerta di giocare in Serie A se avessero cambiato il nome in AC Spalato. Pochi giorni dopo il governatore Bastianini dichiarò fuori legge tutte le squadre della città. I dirigenti dell'Hajduk nascosero tutti i trofei nella pasticceria di Ante Kesic, difensore degli anni venti. Frane Matosic, il miglior giocatore nella storia del club, fu costretto a trasferirsi al Bologna -si racconta -dietro minaccia di internare la famiglia. Dopo l'8 Settembre si precipitò a raggiungere ilfratello Jozo nell'esercito di Tito.

Crollata l'Italia fascista, Spalato era finita sotto il controllo degli utascia nazionalisti. Per i dirigenti dell'Hajduk poco cambiava: no avevano detto a Mussolini e no risposero a Pavelic. Organizzarono delle carovane clandestine fra le montagne per scovare giocatori. In poche settimane radunarono i migliori e ne organizzarono lo sbarco sull'isola di Lissa, quartier generale delle forze titine. Li soffriva Hrvoje Culic, così malato da non riuscire ad alzarsi dal letto. Lo ritrovò Jozo Matosic, che pur di arruolarlo contribuì ai massaggi di cui Hrvoje aveva bisogno. Il 7 Maggio 1944 venne officiata la rinascita del club alla presenza di ufficiali titini e britannici, fra cui anche Randolph Churchill, figlio di Winston. Tempo di oliare i meccanismi con un paio di amichevoli, e l'Hajduk si lanciò nella tournée che impegnò fino al termine della guerra. La squadra si trasferì a Bari, dove sfidò in una serie di partite le forze alleate. La più memorabile il 23 Settembre di fronte a 40 mila spettatori. La formazione dell'esercito britannico era quasi una nazionale: finì 7-2 per la corona (2-2 al 45'), complice un crollo fisico dei croati minati dalla febbre per le notti all'addiaccio . La rivincita si tenne a Spalato: 1-0 per l'Hajduk e quel gol restò il preferito di Frane Matosic fra i 729 in maglia bianca. 


L'Hajduk a quel punto era molto, ma molto più che un club: gli aerei alleati lanciavano quintali di volantini per esortare gli atleti dei paesi sotto occupazione a seguire l'esempio degli hajducki. La tournée proseguì in Africa e in Asia: a Beirut, dopo aver sconfitto l'esercito francese, , l'Hajduk venne proclamato "squadra della Francia libera" dal generale De Gaulle. Ma fu sul suolo jugoslavo che piovve la prova più difficile: conquistato dalle imprese del club, il maresciallo Tito propose di trasferirlo a Belgrado, associandolo perennemente all'esercito. Giocatori e dirigenti dissero no per la terza volta: erano dalmati - testardi come i pirati che infestavano l'Adriatico in epoca romana - e dalmati volevano restare. Per Culic, Matosic, l'allenatore Kaliterna e il resto della compagnia fu forse la decisione più difficile di una vita in direzione ostinata e contraria. Scelsero di restare fedeli al nome dell'Hajduk, che nella mitologia slava indica i fuorilegge alla Robin Hood  impegnati a combattere contro il potere. E Tito per consolarsi al suo posto fondò il Partizan  che, ironia della sorte, ebbe tra i suoi primi presidenti Franjo Tudjman, campione poi negli anni novanta del nazionalismo croato." 

mercoledì 11 dicembre 2013

Glerean: «Il calcio libero non esiste più»



Chi si stupiva, quando Josè Mourinho inseriva la quarta punta in campo per far vincere l’Inter del “triplete”, vuol dire che non ha mai sentito parlare di Ezio Glerean. Né ha mai visto giocare il suo “Cittadella dei miracoli”, il club patavino che tra il 1996 e il 2000 aveva trascinato dalla C2 alla Serie B, dove è ancora.
Il segreto di quella escalation? Un modulo all’olandese, come sua moglie Caroline: il 3-3-4 del Cittadella diventato materia di tesi al Corso allenatori di Coverciano e fonte di ispirazione per il regista Paolo Sorrentino nel suo film L’uomo in più.

«Tanti tecnici, Antonio Conte in primis, l’hanno sperimentato e con successo quel mio modulo che ho iniziato a praticare al San Donà, in C2, vent’anni fa. Il cinema di Sorrentino mi piace moltissimo, so che è un appassionato di calcio, quindi spero che prima o poi ci troveremo a un tavolo per conoscerci e parlare. Magari anche presto, io di tempo libero adesso ne ho...».

Infatti, se non arriva una chiamata entro la fine dell’anno, per il 57enne allenatore di San Michele al Tagliamento, si tratterebbe della quarta stagione da “disoccupato”: ultima panchina quella del Cosenza, giugno 2010.

Ma come è possibile: appena un decennio fa le davano del “genio” e ora non la chiama neanche un club di Seconda divisione...
«Ci sono altri bravi tecnici ingiustamente a spasso, alcuni sono quegli allenatori-ragazzini che i presidenti prima hanno sedotto e poi subito abbandonato, quindi la cosa non mi sconvolge. Ciò che, invece, non finisce di stupirmi è la totale assenza di una linea che sta portando alla deriva il nostro calcio».

A quale “linea smarrita” si riferisce?
«All’indebolimento preoccupante della figura dell’allenatore che, solo qui da noi, non ha più la possibilità di costruire liberamente delle squadre. Quelle ormai le fanno i direttori sportivi, con la complicità dei procuratori. Sono loro che tengono in ostaggio i presidenti, i quali seguono le mode e il business e spesso oltre a non possedere un minimo di competenza, non hanno neppure passione per il calcio. E questo, poi, contagia tutti, a partire dalla base».

Siamo di fronte a un pallone italiano perniciosamente contaminato?
«Siamo diventati poveri e non vogliamo ammetterlo. Tanti miei colleghi che allenano anche in B, mi confessano che vorrebbero scapparsene all’estero anche domani, perché qui non c’è futuro. Non ci sono più i campioni, siamo fermi a Totti e Del Piero e questo per un problema di educazione. In Spagna vincono tanto perché ci sono talenti ben educati fin dalla scuola calcio. Qui da noi, le scuole sono tutte da ripensare».

Trovato il problema alla radice, ma la soluzione?
«Meno campus a pagamento per le ambizioni dei genitori e più “campi etici” in cui insegnargli fin da bambini una regola fondamentale: si gioca e si sta assieme per divertirsi e non per fare o diventare dei “numeri” di questo pallone tritatutto».

Un’immagine apocalittica, densa di tristezza.
«Triste, è il termine che sintetizza il momento. Stadi tristemente vuoti, perché la gente non vede più i campioni in campo e, quindi, non si diverte. Le famiglie non hanno soldi da spendere e se li trovano non rischiano per andare in un luogo come lo stadio che non è sicuro per i loro figli. Tristi e tese, sono le facce dei miei colleghi, specie quando a fine gara, alla tv, invece di commentare quella che dovrebbe essere una festa di 90 minuti sembrano che siano reduci da una guerra».

Tregua: siamo arrivati al si salvi chi può?
«No, si può ancora sperare se si decide di seguire la direzione di Cesare Prandelli. Il ct azzurro è l’unico che con il suo calcio, fatto prima di tutto di piacere di giocare, di educazione e di rispetto delle regole, continua a mascherare le tante falle del nostro sistema».

Qualcuno le farà notare, che lei è come Zeman, parla così perché non ha vinto in carriera...
«Che Zeman non alleni è una sconfitta per tutti. Gli unici quattro giovani interessanti, Insigne. Immobile, Verratti e Florenzi, li ha lanciati lui con il solito coraggio dell’uomo libero che da sempre crede nei giovani sul serio... Io vivo il calcio come Zeman, conosco i miei limiti, in passato ho rifiutato quattro panchine di A, ma ho vinto tutti i campionati, dalla Terza Categoria alla Serie C. Però la cosa di cui vado più fiero è aver conquistato tre Coppa Disciplina e di essere arrivato tante volte secondo».

Una filosofia la sua, che forse nessun presidente sarebbe disposto a sposare.
«Uno sì, ma purtroppo non c’è più. Era Angelo Gabrielli, il presidente del mio Cittadella. Conservo ancora una ventina di lettere di quell’uomo straordinario e le più belle sono quelle che mi ha scritto dopo le sconfitte. Qualcuna finirà nel libro che sto scrivendo (editore Mazzanti, ndr) e spero tanto che le leggano e facciano riflettere quei dirigenti e procuratori che stanno rovinando il gioco».

Lei insiste sul concetto di “gioco”, non è il caso forse che ricominci con l’allenare dei ragazzini.
«Se c’è un progetto serio ed educativo io sono disposto a ricominciare anche dall’ultimo gradino del dilettantismo. Ma prima vorrei vedere un Paese in cui si gioca a calcio nelle scuole e durante l’orario didattico. Vorrei campionati giovanili alla luce del sole e non con gare disputate sotto i riflettori o con i campi ghiacciati, solo per illuderli che a 10 anni sono già dei professionisti. Vorrei vedere giocare tutti nella stessa squadra: bravi e scarsi, ricchi e poveri, ragazzini sani e quelli con handicap, e farlo con il sorriso. Perché ciò che manca sopra ogni cosa in questo sport è la gioia, il sorriso».

Ma chi può ridare il sorriso a questa generazione?
«Servono dei maestri, come quelli che ho avuto io. Gino Costenaro che ci venne a cercare a scuola per portarci nella sua squadra “oratoriale” a Portogruaro. Poi, da lì, mi ha messo tra le braccia di Luisito Suarez che allenava la Primavera del Genoa. Suarez arrivava nello spogliatoio elegantissimo con le scarpette legate in spalla e ci diceva: “Le vedete? Sono lucidissime e da sempre me le pulisco da solo. È anche per questo che sono arrivato fino al Pallone d’Oro”. Se gli insegniamo queste piccole cose, come pensare da soli alle proprie scarpe da calcio, allora forse questi ragazzi potranno ancora coltivare grandi sogni in campo, e magari anche nella vita».

Massimiliano Castellani

martedì 12 novembre 2013

Buffa, narratore alfa: lo sport è antologia

Se Massimo Mauro è l’omega di SkySport (domenica ha proposto nientemeno di abolire i campionati minori, quelli della Lega Pro, suscitando un vespaio di proteste), ci dovrà pur essere l’alfa, il punto più alto. L’alfa c’è e si chiama Federico Buffa.

Abbiamo già avuto modo di sottolineare la sua competenza su molti sport, la sua signorilità, il suo eloquio, ma da qualche tempo Buffa si propone come formidabile narratore. Difficile, anche nel passato, trovarne uno più bravo di lui. Per questo è ancora vivo il rammarico per il suo dileguamento da Sky Calcio Show (la spiegazione, molto nobile, era questa: Buffa vive il pallone come passione e non come professione, troppa l’esposizione mediatica).

I suoi racconti su Arpad Weisz o su Maradona sono da antologia. Adesso bisogno aggiungervi quello su Michel Platini. In ottobre, a Cuccaro Monferrato, la famiglia Liedholm ha assegnato a Platini il «Premio Nils Liedholm 2013 - Campione nello sport e signore nella vita». Di fronte a una platea composta da grandi dirigenti e campioni del mondo del calcio, Michel compreso, Buffa ha tracciato un racconto inconsueto dell’attuale presidente Uefa. Le telecamere di Sky hanno ripreso l’evento e adesso lo ripropongono con un sapiente montaggio di immagini in postproduzione.
Buffa ha un tono e una maniera di narrazione che sulla pagina scritta abbiamo intravvisto solo in Gianni Clerici: uno stile avvolgente, evocativo, ma senza indugi compiaciuti. Il viaggio nel passato del numero dieci francese - le origini italiane, i primi calci, i sogni, la carriera - non corrispondono affatto ai canoni agiografici: è un catalogo folto di particolari che penetrano profondamente nella memoria.

Alla fine, Michel Platini pone il suggello: «Adesso so molto di più della mia vita di prima! Vorrei fare i complimenti perché ne ho sentite molte nella mia vita, ma come oggi... Ne sa più lui di me!».

Articolo di Aldo Grasso preso dal Corriere della sera

http://www.corriere.it/spettacoli/13_novembre_12/buffa-narratore-alfa-sport-antologia-008e5daa-4b61-11e3-9f20-48230e8bb565.shtml

lunedì 11 novembre 2013

Penna bianca, ancora lui...

Articolo di P. ZILIANI preso dal "IL FATTO QUOTIDIANO" 
Un’intera squadra che a fine partita viene sottoposta a controllo antidoping: 11 giocatori su 11, mai successo nella storia. Un’intera squadra che a licenziamento avvenuto accusa l’allenatore: “Voleva darci troppi farmaci”. Se è vero che errare è umano e perseverare è diabolico, c’è qualcosa di sinistro nel comportamento di Fabrizio Ravanelli, l’ex Penna Bianca che dopo una gloriosa carriera da bomber si era messo in testa di diventare allenatore. Due anni a insegnar calcio ai bimbi della Juventus, poi a 44 anni ecco l’Ajaccio che gli offre la panchina. E lui accetta, a patto che il club ingaggi anche Ventrone, il preparatore atletico della Juve di Lippi e braccio destro del famigerato Agricola finito sotto processo, con Giraudo, per doping e frode sportiva. Un processo chiusosi nel 2007 con la Cassazione che ritiene provata l’illecita somministrazione di farmaci, eccezion fatta per l’Epo, annulla l’assoluzione pronunciata in Appello ma dichiara prescritto il reato.

Cento giorni dopo la firma, l’avventura di Ravanelli in Corsica è già al capolinea. Avventura da dimenticare. Non tanto per il licenziamento arrivato pochi giorni fa con l’Ajaccio ultimo (7 punti in 12 partite), quanto per le accuse che i giocatori hanno lanciato al tecnico. A cominciare dal difensore Cédric Hengbart: “Ci consigliavano di prendere quelle cose (creatina, amminoacidi, omega 3, idrato di carbone e altro ancora, ndr) e io sono stato tra i pochi a rifiutarmi: ho 33 anni, una carriera alle spalle e non la chiudo certo cominciando a impasticcarmi”.

Che ci fosse qualcosa di poco chiaro, nelle “pratiche da spogliatoio” che il duo Ra-Ve incoraggiava lo sospettava anche la Federazione: che sabato 21 settembre, al termine di Rennes- Ajaccio 2-0, aveva sottoposto a controllo tutti i giocatori scesi in campo: Rennes compreso, tanto per non fare differenze. E chissà se ad alimentare la diffidenza aveva contribuito la voce, rilanciata dal dr. J.P. Monedard, autore del libro Il doping nel calcio, di un Ravanelli dedito al consumo di cocaina ai tempi in cui giocava nel Marsiglia (97-99), accusa peraltro mai provata.

DI CERTO, rivedere oggi su Youtube il filmato di Un giorno in Pretura con Ravanelli che risponde goffo alle domande del giudice Casalbore nel processo di Torino fa un certo effetto. Fabrizio ammette di aver fatto uso di creatina, fatto flebo di esafosfina e Tad 600 e di aver assunto Samyr. Incalzato da Casalbore, nega di aver mai sofferto di problemi psicologici (Agricola aveva parlato di Samyr assunto per lo stress dovuto alla nascita del figlio) e di patologie al cervello (Ravanelli assumeva il Liposom forte con cui vengono curati pazienti con alterazioni metaboliche cerebrali).

Insomma: cominciata male, la prima esperienza di Ravanelli allenatore è finita peggio. E siccome c’è già chi adombra sviluppi imbarazzanti del feuilleton, forse è il caso che Penna Bianca torni a darsi al ciclismo. Anni fa ha fondato l’Umbria Cycling Team: insista con le due ruote. A patto che non gli venga in mente d’ingaggiare, come preparatore atletico, Lance Armstrong.

giovedì 10 ottobre 2013

Horst wein: il calcio a misura dei ragazzi

Entra spingendo il trolley, fronte alta, attraversa il vialetto dentro il centro sportivo di Zanica, casa Albinoleffe. Lo sguardo è fiero, ma umile, e sorridente insieme. Saluta, dispensando subito battute, dal presidente al magazziniere. Nota alcune pareti ritinteggiate di fresco ed esulta, “è importante che ci sia sempre un miglioramento”. Poi volge lo sguardo a sinistra, su uno dei “cubotti” degli spogliatoi e s'acciglia, “ancora quella scritta lì? Quando la togliamo?!”. Bonario rimprovero a quel cartello “istruttori”. “Basta con allenatori e istruttori – rispiega – non si deve istruire nessuno. È il tempo dei formatori nel calcio, che hanno un ruolo da servitore dei ragazzi, devono guidarli, accompagnarli alla scoperta del gioco, devono stimolarli con una grande varietà di giochi semplificati, devono farli pensare, con delle domande, perchè possano risolvere da soli i problemi. Ci vuole un apprendimento attivo del ragazzo, che rimanga impresso a lungo nella sua memoria".

Uno a zero per Horst Wein, senza discussione. Tanti esperti, del resto, giurano: è il miglior formatore al mondo per i settori giovanili. L'allenatore degli allenatori...pur non avendo mai allenato una squadra. Il curriculum, infinito, lo certifica: è il numero uno. Ma lui, “giovanotto” tedesco dalla matrice hockeystica creatore della cantera del Barcellona, si piazza in barriera: “Il gioco dovrebbe essere sempre il maestro e non l'allenatore: percepire prima, dopo capire tutto ciò che si è visto, per prendere decisioni corrette e finalmente saper eseguire ciò che il cervello ha detto ”, declina rispolverando una delle cinque lingue che padroneggia.

Da qualche mese nel suo world tour per insegnare calcio, dagli Stati Uniti all'Asia, dall'Africa all'Europa, fa tappa fissa a Zanica. Ospite d'onore della prima società italiana che – su input del patron Gianfranco Andreoletti - ha deciso di puntare tutte le sue fiches sul “Funino”, il 3 contro 3 a quattro porte, vero must dell'ideologia di Wein che tradotto significa "divertimento per il bambino" (lo praticava già 24 anni fa, a 8 anni, Xavi, forse il giocatore con migliore visione di gioco al mondo).

Quando arriva, per proseguire con il corso di formazione, sono tutti, metaforicamente, per rispetto e ammirazione, sull'attenti. Il primo abbraccio è con Marcello Nardini, ex portiere professionista dell'Hannover 96, il suo alter-ego in Italia, che gestisce con grande passione e maestria, la Horst Wein Association nel nostro Paese. C'è anche dr.Franco Anglana, lo specialista del “Brain Kinetic”, un allenamento divertente ed efficace del muscolo più importante per qualsiasi calciatore, il cervello. E ci sono anche io: “piacere”, fa. Poi, senza nessun mio input, perchè è ora di cominciare il corso e non voglio fargli perdere tempo, aggiunge, “Solo un flash: un obiettivo primario nello sviluppo di un giovane calciatore è favorire sempre la creatività dei bambini. Tutti loro ne hanno, ma sia a scuola che a calcio viene castrata, perchè sono sempre sotto esame, sempre vincolati ai risultati: così prevale lo stress, che è nemico della creatività”.
Prendo, annoto e porto a casa (magari lo dirò anche alle insegnanti dei miei figli...). Intanto, due a zero, pulito.

Gli istruttori (pardon, i formatori) dell'aspirante cantera de Berghem s'affollano nell'aula multimediale. E inizia lo spettacolo, per chi ha sete di calcistico sapere.

A condurre le operazioni è Nardini. Tema del giorno, il portiere, e lui ha il physique du role. S'alternano slide, video, dubbi, domande. Occhi sgranati, in platea. Cento concetti interessanti, più o meno noti, mille consigli e suggerimenti, più o meno particolari. Dall'uso di bende monoculari a mascherine speciali che impediscono di guardare il pallone, dall'uso di palloni sonori a quello di musiche stimolanti: è il Brain Kinetic. Stimoli – visivi, uditivi, tattili – per tenere sempre sveglio e concentrato il cervello, forza motrice di tutto il resto. E anche “trucchi”, come quello di creare un linguaggio indigeno di parole in codice e gesti con cui i propri giocatori possano comunicare, senza essere compresi dagli avversari.

Poi tutti in campo. E mentre i ragazzi sperimentano il metodo, io intervisto il “guru”...

- Come sintetizzare il metodo Wein?

Il calcio moderno inizia nella testa e finisce nei piedi.

- Cosa significa che il gioco è il maestro?

Che bisogna guardarlo e analizzarlo, in maniera da accumulare più informazioni possibili. Così poi si possono notare i dettagli, che sono quelli che fanno la differenza.

- Mi dica gli ingredienti chiave per allestire un buon vivaio...

Prima un ottimo modello di insegnamento, un plan. Dopo la voglia e la passione di lavorare in maniera continuativa con i talenti calcistici, le strutture e le infrastrutture adeguate per potersi allenare anche tutti i giorni.

- Secondo lei, dei bambini di 8-10 anni possono allenarsi tutti i giorni?
Domanda a loro! Loro vogliono ogni giorno, perchè no? A patto che venga recuperato il calcio come gioco, come quando anni e anni fa si giocava, tutti i giorni, in cortile. Se c'è divertimento, se viene loro permesso di esprimersi, possono venire al campo tutti i giorni. Poi doccia e si fanno i compiti.. Due volte a settimana non sono per niente sufficienti. Dobbiamo recuperare in Italia l'atmosfera del calcio della strada e per questo il Funino ha un grande futuro!

- Quindi in Italia non si lavora abbastanza. Almeno, lo si fa bene?

Assolutamente no! Bisogna buttare via tante cose, specialmente il sistema competitivo fin dai più piccoli. Campionati, classifiche, stress, portano solo negatività. E non permettono ai bambini di essere liberi, creativi e avere per sufficiente tempo la palla. Ma per fortuna sembra che si voglia invertire la rotta: Arrigo Sacchi ha appena approvato il nostro metodo, il Calcio a Misura di Ragazzi, se ci impegniamo adesso a fondo, tra 15 anni saremo avanti a tutti.

- In quali Paesi si stanno coltivando meglio i vivai?

In Spagna, in Danimarca e in Finlandia: qui, in un paesino 70 km sopra Helsinky, ci sono dei bambini di 9 anni che sembrano giocare con la stessa padronanza dei professionisti: il motivo? Da quando hanno 4 anni praticano solo il Funino, senza competizioni ufficiali.

- Nel libro scrive che “un tecnico che vince tutto con i giovani non ha lavorato per il futuro dei ragazzi, ma per il proprio”, cosa intende?

Che bisogna avere pazienza, bisogna seminare bene, per raccogliere i frutti con il tempo. Non bisogna puntare fino ai 12 anni alla vittoria a tutti i costi. I bambini vogliono solo giocare e divertirsi, sono certi allenatori, e troppi genitori, che vogliono solo vincere."

Di Alessandro Crisafulli

lunedì 9 settembre 2013

E i vostri dove stanno sul pullman?


"Ho questa teoria: a seconda di come si sistemano sul pullman i calciatori, e del posto occupato, si capiscono le gerarchie nello spogliatoio delle squadre di calcio. Come quando andavamo a scuola. E facevamo le gite scolastiche di più giorni. Ecco, c’era quello che stava davanti: era tipicamente quello che stava male, che soffriva il viaggio, che parlava tutto il tempo con i professori, e doveva per forza starsene buono, tranquillo, e quindi era preso in giro dagli altri compagni di classe. C’era quello che si sedeva sempre a metà pullman, lato finestrino: era quello che si metteva le cuffiette, e non parlava con nessuno, neanche cantava con gli altri, e forse non si accorgeva neppure chi gli sedeva accanto. C’era quello che si metteva lato corridoio, centrale: era quello che voleva ma non poteva, cioè la via di mezzo, quello che simpatizzava con i nerd, ma allo stesso tempo voleva fare combutta con quelli che facevano casino. E poi, beh, c’era il blocco duro, il gruppo dei capi banda, quelli che gestivano tutto, da dietro, da laggiù in fondo, da lontano: i sedili posteriori erano i loro. Il capo banda, era quello che si sedeva centrale, in fondo, quello che davanti aveva l’intero corridoio del pullman da tenere sott’occhio, e riusciva con un piccolo movimento della testa, a guardare negli occhi tutti. Era il bello. Era il più temuto. Ma quelli che facevano ridere, con la battuta pronta, erano quelli che gli stavano vicino, ai lati. Erano quelli che avevano ironia, e tenevano alto l’umore del gruppo. Che lanciavano i cori, che lanciavano oggetti a quelli davanti.
Ecco, la sistemazione dei calciatori nei pullman, durante gli spostamenti di una squadra di calcio, dall’albergo allo stadio, me la immagino esattamente così. Sul pullman, in quel momento, su ogni pullman di ogni squadra, si stabiliscono delle gerarchie, delle regole di spogliatoio ben precise. Ma non è il capitano, quasi mai, ad essere nel posto centrale in fondo, quello che guarda l’intero corridoio. E men che meno il suo vice. Il capitano sta solitamente centrale avanzato, senza cuffiette, e nei pressi ha l’allenatore. Il non titolare fisso, invece, sta dietro: simpatizza con i casinisti. Chi non parte dalla panchina, ma è solo un caso per quella giornata, ha le cuffie, centrale. Il secondo portiere è la pedina vagante, parla molto, e non importa con chi. Il terzo, non ne parliamo. Il cocco dell’allenatore, si capisce chi è perché sta davanti. E via così.  
Mi piacerebbe capire meglio, questa sistemazione. Nella prossima giornata di campionato, starò attenta alle immagini dei pullman che arrivano negli stadi. Aiutatemi anche voi! E se avete già delle idee, su chi si siede dove, nella vostra squadra, scrivetemi al più presto. Ci vuole fantasia, però. Dai, è un gioco. Niente di serio, certo."