Il blog nasce dall'esigenza di esprimere la mia idea di calcio; si parlerà di professionisti, settore giovanile, libri, film, articoli di giornale, riviste specializzate, didattica, metodologie vecchie e nuove, ed esercitazioni da campo. Una raccomandazione: se non vi piace "Il sogno di futbolandia" non voglio neanche conoscervi! P.S. So dove voglio arrivare, ma devo cercare la strada......
venerdì 22 maggio 2015
Il Loco Bielsa 5
RICEVO E PUBBLICO. GRAZIE A F.S.
Articolo di Fabrizio Romano preso da http://gianlucadimarzio.com/campionati-esteri/calcio-internazionale/bielsa-da-pelle-doca-basta-risultati-prendete-gioco-e-emozioni-poi-lo-show-col-traduttore/
Se lo chiamano Loco non è un caso. E chi ama la sua equilibrata follia non può non tatuarsi in mente lo show di Marcelo Bielsa nell'ultima conferenza stampa stagionale. Quella dell'addio all'Olympique Marsiglia? Forse, chissà. Ma non conta poi così tanto. Perché il Bielsismo viaggia oltre le mete dove fa tappa. E se l'OM domani al Velodrome si gioca un posto tra Champions e Europa League nella sfida contro il Bastia, beh, la testa del Loco va ben oltre: "Arrivare terzi, quarti o quinti può avere conseguenze diverse, chiaro. Ma la valutazione di una squadra non può essere esclusivamente legata ai risultati di una o due partite. Non ignorate il calcio che gioca una squadra solo per la posizione in classifica. Certo, il risultato conta; ma non si può cambiare totalmente l'idea solo per un risultato".
Tutti in silenzio, parla il Loco. Sguardo di ghiaccio, come sempre: "Tra i trofei, il denaro e le emozioni io prendo le emozioni. Perché il calcio può offrirne di uniche". Romanticismo applicato al futbol, anche questo è Bielsa. Ma non solo. Perché prima di salutare si regala una risata che fa vedere l'altra faccia del suo carattere bizzarro, quasi da artista.
Protagonista? Il traduttore in sala stampa, che visibilmente confuso prova a tradurre in spagnolo una domanda fatta a Bielsa... già in perfetto spagnolo da un giornalista sudamericano. Gaffe e mani nei capelli per lui, come vedete in foto. E Marcelo se la ride: "Chiedo un applauso al nostro traduttore!". Il saluto del Loco non poteva che essere folle, finalmente un sorriso dall'uomo duro col cuore dolce. L'ultimo saluto al Velodrome, forse. Perché i giornalisti francesi insistono: sarà o no la sua ultima partita da allenatore del Marsiglia? Un'offerta per rinnovare non l'ha mai ricevuta. E la risposta non poteva che essere in stile bielsista: "Che lo sia o meno, la sentenza del Velodrome è che ha gradito il nostro calcio. Questo basta". Cose da Loco, cose da Bielsa.
martedì 5 maggio 2015
BOCA - RIVER, c'è qualcosa di meglio?
Articolo di Alessandro Baricco tratto dal sito di Repubblica.it
http://www.repubblica.it/cultura/2015/05/03/news/la_partita_piu_bella_del_mondo-113407772/?ref=HREC1-12
LA PARTITA PIU' BELLA DEL MONDO
Una delle dieci cose da fare prima di morire. Se Dio esiste, si dice in Argentina, domenica sarà davanti alla Tv. E' il "superclàsico", il derby tra Boca Juniors e River Plate. Lo racconta un inviato davvero speciale
Che però - mi dico per scusarmi a me stesso - non è una partita di calcio, ma LA partita di calcio, a sentire molti, troppi, cioè tutti quelli che al momento di riassumere una vita di corbellerie si sentono serenamente in grado di dire che se ci sono dieci eventi sportivi che bisogna vedere prima di morire, nove son quelli là, ma il primo è questo: Boca Juniors - River Plate nello stadio del Boca. Il più famoso derby del mondo. El Superclásico.
Non è che io creda particolarmente a queste liste di "cose da fare prima di morire", è ovvio: il problema è che ogni tanto credo ancora meno alla lista delle cose che faccio per vivere: quindi mi viene da esplorare i bordi della grullaggine umana. Questo, ad esempio è un bel bordo. L'ho inseguito per un po', ci ho messo qualche anno, mi ha ritardato un po' l'illogica discesa del River in serie B, ho aspettato che risalisse, e finalmente ho imbroccato la data giusta che sarebbe domani, oggi per chi legge (splendida espressione di un giornalismo che non esiste più): ho attraversato l'Oceano per essere alla Bombonera, alle diciotto e quindici, e portarmi a casa la partita di calcio più bella del mondo.
Eventualmente, dovesse aggiungersi qualche tango - da voyeur, si intende - non mi tirerò indietro (da tempo cerco di elaborare questa teoria: se dio esiste, sta nel millimetro di vuoto che c'è tra le scarpe luccicanti dei ballerini di tango, quando si sfiorano). Se dio esiste, credono invece a Buenos Aires, domani alle diciotto e quindici sarà davanti al televisore, come tutti tranne i sessantamila più me che saranno in quella fornace gialla e azzurra della Bombonera. Si ferma il Paese, e anche la nonna di centotré anni si schiera. Non è chiarissimo il perché, o meglio, va spiegato. A Buenos Aires ci sono più squadre di calcio che ospedali (be', tiro a indovinare, ma siamo lì), fai venti minuti in macchina e puoi inanellare sei stadi diversi, con squadre diversi e tifosi diversi. Quindi da queste parti la parola derby dovrebbe avere smarrito da tempo il suo significato. Eppure la rivalità tra il Boca e il River è speciale, irripetibile, antichissima e insanabile. C'entra la Storia.
Era l'inizio del secolo scorso, i migranti del tempo erano italiani e la Boca, il quartiere vicino al porto, era il loro quartiere: case da schifo, le uniche che potevano permettersi. Lavoravano nei cantieri navali e spesso incrociavano gli inglesi, che da quelle parti costruivano le ferrovie e, nella rare pause, prendevano a calci un pallone. Adesso è difficile immaginarlo, ma non avevano mai visto nulla di simile: ne rimasero fulminati. Non parlo delle ferrovie: del pallone. Insomma, per farla breve, si misero a tirare su squadre una dopo l'altra. Alla Boca erano soprattutto genovesi, un po' di lucani, pugliesi, qualche spagnolo, rari austriaci, ma forse erano tedeschi: insomma i cognomi erano soprattutto cose come Moltedo, Cirigliano, Bonino, qualche Tarrico, un Martinez ogni tanto. Va be', tirarono su una squadra, volevano chiamarla Juventud Boquense, ma magari anche La Rosales. Ne discussero per un po'. Poi uno di loro, il Martinez, disse che al porto aveva visto una cassa con una scritta bellissima: "River Plate". Non voleva dire nulla: era "Rio de la Plata" tradotto da un inglese imbecille. Ma suonava alla grande.
Negli stessi anni, probabilmente nel bar vicino, altri Moltedo, Cirigliano, Bonino ecc., fondarono un'altra squadra. Lì, col nome, se la cavarono in fretta: la Boca era il loro mondo, la chiamarono Boca. Poi aggiunsero Juniors perché faceva un po' inglese. Perfetto. Si incartarono invece sui colori sociali: non avevano la più pallida idea. Allora qualcuno disse "Andiamo al porto e la prima nave che arriva guardiamo la bandiera: e quelli saranno i nostri colori". Erano tempi di una certa poesia, nonostante la miseria e la fame, o forse proprio per quelle. Arrivò un veliero svedese, pensa te. Giallo e blu, per sempre.
Quindi erano cugini, in qualche modo, questo va saputo. E sono centosei anni che se le danno, calcisticamente parlando, e no. Ma se la rivalità è lievitata a mito è soprattutto per una circostanza particolare: pochi anni dopo la fondazione, quelli del River abbandonarono la Boca e si fecero lo stadio in un altro barrio della capitale, un po' più elegante: Palermo. Non gli bastò: ancora qualche anno e si trasferirono a Nuñez, un posto da ricchi, zona residenziale, belle macchine, niente merda. È così che sono diventati, per tutti, "Los Millionarios": quando lo pronunciano quelli del Boca, non è un complimento. È lo sprezzante insulto che si riserva a quello che è emigrato, ha fatto i soldi, poi è tornato al paese ma il paese gli faceva un po' schifo e così è andato ad abitare in città. El millionario. Dato che quelli del River contraccambiano chiamando i tifosi del Boca "Bosteros" (la "bosta" è la merda di cavallo), la geografia sentimentale e sociale è molto chiara: da una parte i poveri (fieri, irriducibili e miserandi), dall'altra i ricchi (fighetti, eleganti e vincenti). Quando le cose si mettono con un tale splendido ordine, scatenare la rissa è uno scherzo.
Naturalmente, ne è derivato una sorta di DNA delle due squadre, diametralmente opposto. Le ideologie sono tramontate, come si sa, ma al River amano il bel gioco, al Boca se ne fregano e ululano per il la maglia strappata, il giocatore che esce con la testa fasciata e cose del genere. O almeno, così si raccontano. Il River vince i campionati ma perde le coppe (se la fanno sotto quando il gioco si fa duro, dicono alla Boca), il Boca perde i campionati (che sono lunghi e noiosi) e vince le coppe, dove c'è la vera epica. E si potrebbe andare avanti per un po'. Lo stadio del River è tradizionale, più grande e circondato da un quartiere per bene, quello del Boca è una costruzione assurda (ha praticamente solo tre lati) paracadutata in mezzo a case fatiscenti. Cose così. Bastano a coltivare un duello che non è mai finito.
Dato che è iniziato più di cento anni fa, di pistoleri grandiosi ne sono passati tanti: e anche lì, il DNA delle due squadre è riconoscibile. È vero che dal River è passata gente come Kempes o Passarella (per i quali il termine "fighetti" non è d'aiuto), ma il supremo eroe, da quelle parti, resta Di Stéfano, uno di quei professori che ha inventato il calcio (e poi Sivori, naturalmente, e perfino Cesarini, quello della zona Cesarini, proprio lui: quando dai il tuo nome a un pezzetto di Tempo - il quale è solo di dio, dice la Bibbia - qualcosa nella vita lo hai fatto). Dall'altra parte, al Boca, sono naturalmente più veraci: a parte l'idolo Riquelme (calciatore malinconico, signore dello Slow Foot), e la meteora Maradona (passò, lasciò il segno, ma poi se ne andò velocemente, un po' troppo velocemente per i ricordi), gli eroi più tramandati sono due giocatori imbarazzanti: Palermo e Gatti. Palermo era una specie di Chinaglia, ma più rozzo, più inelegante, più elementare. Inguardabile, ma la metteva dentro, siempre: nessuno ha segnato più di lui con la maglia del Boca. "Olfato de goal", spiegano qui, con un'espressione per loro normale, per me sublime. Per convincerti della sua grandezza, aggiungono che erano, nella quasi totalità dei casi, goal orrendi. Ritengono l'argomentazione definitiva. (Palermo è anche ricordato, peraltro, per aver battuto, in una sola partita, tre rigori: e averli sbagliati tutti. Un'altra volta, sempre dal dischetto, scivolò prima di battere e finì per colpire il pallone con tutti due i piedi: goal. L'arbitro è ancora lì che si chiede se nel Regolamento si parla di qualcosa del genere). Gatti invece era un portiere, e già un portiere che si chiama Gatti mi fa morire. Quelli del Boca sostengono che sia stato il primo portiere al mondo a giocare anche con i piedi, cioè a controllare, passare, dribblare con i piedi. Può darsi. Di sicuro c'è che il suo sogno era fare il centravanti. Capelli lunghi, fascia intorno alla testa, bermudoni al posto dei consueti pantaloncini: che fosse un po' matto è cosa su cui è inutile discutere. Iniziò al River poi passò al Boca, perché era un tipo da Boca. Un volta, vedendosi arrivare, in contropiede, un avversario con le praterie davanti, trenta metri di nulla, invece che tentare l'uscita, gli andò incontro amichevolmente caracollando la testa e facendo di no col dito, urlando che era fuorigioco. L'arbitro non aveva fischiato niente, ma Gatti era talmente convincente nel suo essere un portiere che caracollava a gioco fermo, che l'attaccante avversario lasciò proseguire il pallone, si voltò e fece per tornare nella sua metà campo, tra gli sguardi esterrefatti dei compagni. Immagino che dal giorno dopo si sia dato al modellismo.
Insomma, c'è effettivamente un modo di stare la mondo da Boca, e uno da River, volendo ancora credere alle belle favole. E si scontreranno domani alle diciotto e quindici (oggi per chi legge) in una fornace gialla e blu, resa incandescente dai tifosi più rumorosi del mondo e illuminata dalla luce lontana della leggenda. Tanto per rendere la cosa più interessante, le due squadre sono in testa alla classifica, a pari punti, come in un racconto di Soriano. Ammesso che io riesca a raggiungere lo stadio e a valicare le muraglie di chorizo con cui cercheranno di distrarmi, sarò là a vedere, per poi raccontare (sul giornale di martedì, se tutto va bene, come gesto di omaggio a un giornalismo arcaico per
cui il termine "attualità" indica un fastidioso limite da superare). Per ora piove in modo impietoso, ma domani tutti annunciano un "otoño dorado".
Arbitrerà Patricio Loustau, un uomo a cui, oggi, non invidio niente.
martedì 21 aprile 2015
Nel calcio, aboliamo la parola PROGETTO!!!
ARTICOLO PRESO DA:
http://carotenuto.blogautore.repubblica.it/2015/04/13/il-progetto-nel-calcio-e-una-bugia/#more-2444
di Angelo Carotenuto
IL PROGETTO NEL CALCIO E' UNA BUGIA
"Deciderò il mio futuro in base al progetto che mi verrà sottoposto", così dice Sinisa Mihajlovic, barcamenandosi fra chi lo corteggia. Milan e Napoli con più insistenza.
Progetto. Questa parola non è nuova. Ma soprattutto: non è vera.
È l'abuso linguistico che più spesso il calcio impone. Un progetto implica un tempo. Solo che tempo nel calcio non ce n'è. Un progetto esige fatica e la messa in conto di un arretramento momentaneo. Il progetto nello sport è pazienza. Nella sua scalata da 5 metri e 85 fino a 6,14 Sergej Bubka impiegò dieci anni. Tre li trascorse per passare da 6,06 a 6,07, saltando nel frattempo misure inferiori. Tre anni per un centimetro. Quando si è con un piede nell’eccellenza, gli ultimi passi sono i più difficili. Non è un fallimento fermarsi a 6 metri se prima hai fatto 6,06. Anzi. È fisiologico. Non è scontato migliorarsi di un centimetro alla volta in ciascun salto. Questo significa accettare un progetto. Avere una visione a lungo termine. Per quattro anni Ferguson al Manchester non vinse niente, il primo successo in campionato arrivò al settimo anno, quando si dice che i rapporti vadano in crisi. Nell’ultimo quindicennio l’unico allenatore capace di resistere sette anni sulla stessa panchina in serie A è stato Ancelotti al Milan, 2001-2009. Ora il più longevo è Mandorlini a Verona, 4 anni e mezzo, che per i nostri standard già non sono pochi.
Cosa sia un progetto oggi nel calcio italiano non si sa. Al Milan ne avevano uno per Seedorf. Portava il timbro convinto di Berlusconi, agli occhi del quale Seedorf aveva tutto: competenza, appartenenza e physique du rôle. È saltato in meno di cinque mesi, il progetto è durato tutto il girone di ritorno, durante il quale peraltro il Milan fece un punto in meno della terza in classifica. "Ho in testa un nome nuovo", diceva già a maggio Berlusconi. Non un nome e basta, ovviamente un nome e un progetto. Inzaghi. Che viene accolto così. “È scatenato, è affamato, è carico”. Contratto biennale. Nel frattempo, stretto tra le visioni differenti di Galliani e dei Berlusconi, ottavo sul campo, anche il progetto Pippo è vapore acqueo. Più o meno lo stesso destino del povero Mazzarri, accolto all’Inter con l’incenso che Milano garantisce alla sua parte e scaricato nello stesso arco di tempo che un Borussia Dortmund concede a Klopp solo per guardarsi attorno e capire dove sia arrivato: in due anni, dal 2008 al 2010, ha avuto la libertà di fare sesto e quinto posto. Poi ha cominciato a vincere.
Uno può credere che una certa confusione regni là dove amministrano più teste. Galliani-Berlusconi, Moratti-Thohir. Sbagliato. Basta guardare Napoli, dove la monocrazia alla guida del club è solida. Pure là c'era un progetto. Internazionale, affascinante, ambizioso. Rafa Benitez. Un uomo che dieci anni fa vinceva la Coppa dei Campioni mentre il Napoli giocava i playoff di serie C. Chi lo avrebbe detto. Benitez si è presentato portando con sé acquisti che senza di lui Napoli non avrebbe concluso, tra cui il centravanti dell'Argentina e altri due calciatori che hanno scelto di lasciare il Real Madrid (il-Real-Madrid). In due stagioni, con un calcio spregiudicato (4 giocatori offensivi puri) che punta a privilegiare la qualità e spesso diverte, Benitez ha messo insieme un po’ di traguardi: 1) un posto fra le prime tre, obiettivo che in 89 anni di vita il Napoli aveva raggiunto 15 volte; 2) la qualificazione alla Champions giocandone nel frattempo una (mai successo a Napoli); 3) un girone di Champions con 4 vittorie su 6 (Arsenal, Borussia, Marsiglia le avversarie); una Coppa Italia; una Supercoppa italiana che il Napoli non vinceva da 25 anni; una qualificazione ai quarti di finale di una coppa europea che Napoli non otteneva da 26 anni. È un idolo? Macché. Ha fallito. I tifosi napoletani volevano 'o scudetto. Lo volevano peraltro con una squadra contestata già ad agosto, dopo l'uscita ai preliminari a Bilbao, perché il mercato non veniva giudicato sufficiente. Un paradosso. Pretendere lo scudetto da una squadra incompleta. A Napoli lo scudetto non l'hanno vinto Sallustro, Vinicio, Sivori, Altafini, Zoff, Savoldi. Volendo, non l’ha vinto nemmeno Maradona: lo ha mancato per cinque anni su sette. Però doveva vincerlo Benitez. In due anni. In un club che non è proprietario nemmeno del campo dove si allena e dove le giovanili ogni anno girano la Campania per cercarsi una casa più o meno fissa.
Non basta crescere, rafforzarsi al vertice, saltare sempre 6 metri. Il calcio tempo non ne ha. Non sa aspettare tre anni per un centimetro. Però parla volentieri di progetti, come ci ricorda Mihajlovic, sveglio navigatore delle panchine, cinque squadre diverse in sette anni, due esoneri, migliore stagione della carriera: questa. Forse la verità sta tutta nella definizione che della parola “progetto” dà il dizionario Garzanti: "Ideazione di un lavoro, di un’attività; anche, proposito vago, fantastico, difficilmente realizzabile". Un progetto. Adesso sì.
GRAZIE A F.M.
venerdì 10 aprile 2015
mercoledì 8 aprile 2015
Di Bartolomei, capitano triste della Roma dello scudetto, nasceva 60 anni fa
Articolo di Diego Mariottini, tratto dal sito della Gazzetta dello Sport
http://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Roma/08-04-2015/di-bartolomei-capitano-triste-roma-scudetto-nasceva-60-anni-fa-110377756974.shtml
A Tor Marancia, zona popolare di Roma Sud, ricordano ancora un ragazzo poco incline al sorriso, silenzioso ma tosto e determinato. Con una grande passione che ne divorava i pensieri e le scelte. Amava il calcio sopra ogni cosa e voleva migliorarsi continuamente. Sapeva di avere un talento, ma che a certi livelli il talento non basta più. Non che in campo fosse particolarmente veloce, ma potente con la palla tra i piedi, senz’altro sì. All’oratorio di padre Guido nella chiesa di San Filippo Neri c’è ancora qualche segno delle sue sventole su punizione. Parlava poco, in effetti, Agostino Di Bartolomei, ma quando c’era da agire era sempre il primo a farsi sotto. Era nato l’8 aprile 1955 e oggi compirebbe 60 anni. “Ago” o “Diba” che dir si voglia rimane a tutt’oggi per i tifosi romanisti un’icona con tanti punti di sospensione. Punti che la sua morte non ha aiutato a rimuovere.
DI POCHE PAROLE — Personaggio amato ma mai compreso fino in fondo, stimato ma non abbastanza elevato a esempio positivo. Coccolato dalla curva ma lasciato andar via con troppa facilità. Eppure Ago è un pezzo importante, fondamentale, di quella Roma che negli anni Ottanta si impone come una nuova forza nel panorama nazionale. Non è un personaggio mondano come Falcao, non è un eroe nazionalpopolare come Bruno Conti, ma per i tifosi della Sud una sua parola è quasi vangelo. Anche perché lui parole non ne spreca di certo, dunque va ascoltato, perché se parla significa che ha qualcosa da dire. La sua storia calcistica inizia nell’Omi, la squadra di Tor Marancia. La Garbatella è a due passi e anche quello a buon bisogno è un derby. A centrocampo gioca un ragazzo con l’aria di un uomo. Gli altri scalpitano per dimostrare il proprio valore, lui non ha fretta. Predica gioco pulito, lineare e verticale ed è il punto focale di tutte le trame di gioco. Sono quasi tutti ragazzini del 1955, eppure Agostino, con il suo atteggiamento serio e protettivo, sembra il padre dei suoi coetanei.
ADOCCHIATO DAL MILAN — La sua destinazione naturale dovrebbe essere la Roma, ma di chiaro e lineare nel calcio c’è ben poco. Infatti i primi a fare un pensierino serio su un tredicenne di grande prospettiva sono quelli del Milan. Ma il ragazzo è troppo giovane per lasciare casa e famiglia, dunque non rimane che la squadra giallorossa. Sono i primi anni Settanta, Di Bartolomei è cresciuto nel fisico e nella testa, ma la sua ambizione è sempre la stessa: vivere con il pallone, vivere di pallone. E le soddisfazioni arrivano, perché non ha ancora 18 anni e già ha vinto due campionati primavera (1972-1973 e 1973-1974). Ai piani alti le sue prestazioni non passano inosservate. Il tecnico della Roma Manlio Scopigno crede in quel centrocampista potente e ancora in fase di maturazione. Ci crede tanto da farlo esordire in Serie A. È il 22 aprile 1973.
DEBUTTO A SAN SIRO — Entrare in un campo di Serie A per la prima volta assoluta, farlo in un tempio del calcio come San Siro e affrontare l’Inter di Boninsegna, Mazzola e Corso spaventerebbe chiunque. Non lui. È uno dei pochi che cerca di ravvivare una scialba partita di fine stagione, forse – sostengono i maligni - perfino pilotata nello 0-0 finale. Promosso a pieni voti per la stagione successiva. Nel campionato 1973/1974 Di Bartolomei va in gol alla prima giornata, la vittima è il Bologna allenato da Bruno Pesaola. Poi sembra fare un passo indietro, costretto a fare la spola tra le giovanili e la prima squadra. Il talento c’è e proprio perché c’è, nessuno vuole bruciare un ragazzo capace di associare estro, umiltà, consapevolezza nei propri mezzi, spirito di sacrificio e intelligenza tattica. Non sarà un dispensatore di sorrisi, quel ragazzo, ma il gioco che propone manifesta la gioia di essere lì, di fare ciò che si ama fare.
MEGLIO UN GOL CHE PARARE QUELLE BOMBE — La palla circola, corre, gli attaccanti sanno di poter contare sui suggerimenti del faro di centrocampo. Senza tralasciare il fatto che punizioni di quella potenza e di quella precisione in Italia le tirano in pochi. Molti portieri in quegli anni pensano che, dovendo scegliere, forse è meglio subire un gol che beccarsi una pallonata di quel genere. E hanno ragione, in fondo è un fatto di autoconservazione. La stagione 1975/1976 Agostino la passa lontano da casa. Viene mandato a Vicenza in prestito e in fondo lui fa bene ad accettare. Per la Roma quello è un annus horribilis: viene scongiurata la retrocessione in B soltanto a fine stagione. Con il Vicenza fa un anno da titolare, 33 presenze e 4 gol. Ma la Capitale lo aspetta e per otto stagioni Agostino Di Bartolomei sarà il fulcro di una Roma non più squadra da bassa classifica ma protagonista assoluta grazie alla gestione del presidente Dino Viola. Fulcro sì, ma non soltanto del centrocampo.
LO SCUDETTO — L’anno dello scudetto giallorosso (1982/1983) il tecnico svedese Nils Liedholm ha un’intuizione enorme: se ben supportato, Ago può giocare al centro della difesa. D’accordo, non sarà un fulmine di guerra, ma per recuperare palla c’è Vierchowod. Con i lanci lunghi del capitano e con il suo senso geometrico del gioco, l’azione parte molto prima. Senza contare che le sue punizioni fruttano ogni anno quei sei-sette gol che a fine stagione fanno la differenza. In quegli anni si dibatte sul nucleare e sulle scelte che l’Italia dovrà compiere su un tema così delicato. In una manifestazione antinuclearista un ragazzo inventa uno striscione «Le sole bombe che vorrei sono quelle di Di Bartolomei». Anche chi non tifa Roma è perfettamente d’accordo. Con la squadra giallorossa Ago gioca 308 partite (di cui 146 con la fascia al braccio), segnando 66 volte. Lo scudetto del 1983 è la gioia più grande.
ARRIVA ERIKSSON — La delusione più cocente è la finale di Coppa dei Campioni dell’anno successivo, persa ai rigori contro il Liverpool. “Non è sconfitta”, titolano i giornali all’indomani di quell’insuccesso. “Di Ba” è persona troppo intelligente per accettare una consolazione così “alla buona”. È una sconfitta eccome, per giunta subita nel proprio stadio. Troppo intelligente ma anche troppo sensibile, dietro quella scorza musona di apparente impassibilità. Soffre molto, l’anno dopo, quando arriva il nuovo tecnico Sven Goran Eriksson. Lo svedese considera Agostino un giocatore ottimo ma lento per il suo tipo di gioco e lo mette nella lista dei partenti. Una singolare contraddizione per uno che anni più tardi lancerà al centro della difesa un giocatore di centrocampo con caratteristiche abbastanza simili a quelle del capitano giallorosso: Sinisa Mihajlovic.
APPRODO AL MILAN — Ago fa le valige e a malincuore va a Milano, sponda rossonera. Con il Milan gioca per tre stagioni, segnando tra l'altro anche un gol nel derby milanese, senza però vincere trofei. Raggiunge una finale di Coppa Italia nell'anno del debutto, persa contro la Sampdoria di Roberto Mancini. Quando il berlusconismo irrompe sulla scena calcistica, l’ex capitano giallorosso ha superato la trentina e, a Sacchi, Ago non risulta utile. La sua ultima stagione in serie A è quella del 1987/1988, con la maglia del Cesena: 25 presenze, quattro gol e la squadra romagnola si salva. La mente del centrocampo cesenate ha 33 anni ma una capacità di calcio come la sua da quelle parti l’hanno vista di rado. Conclude la carriera in Serie C nel 1990, dopo due annate con la Salernitana. Nell'ultima da professionista contribuisce al raggiungimento della storica promozione dei campani in serie B dopo 23 anni d'assenza, indossando anche in questo caso la fascia al braccio.
IL VUOTO DOPO IL CALCIO — Dopo avere chiuso con il calcio giocato per ogni ex scatta l’horror vacui nel pianificare il proprio futuro. È opinionista Rai, apre una scuola calcio a Castellabate (Salerno), dove si è trasferito con la famiglia. Si dice che a un certo punto si trovi in condizioni economiche precarie, si dice che il mondo del calcio gli abbia voltato le spalle. Si dice addirittura che sia vittima della depressione. Si dicono tante cose, chissà se sono vere. Del resto Ago non è uno che si apre con facilità. C’è un’unica cosa certa: una mattina di fine maggio 1994, 39 anni compiuti da poco, si trova in compagnia di Smith & Wesson senza essere né l’uno né l’altro. È soltanto Agostino Di Bartolomei, un uomo forse in preda a pensieri più grandi di lui e troppo cupi per essere sopportabili. La scelta che fa è una di quelle da cui indietro non si torna. È al suo pubblico che Ago non ha lasciato scelta.
martedì 7 aprile 2015
PAESAGGIO: la Casa
Dirigendoci verso la porta avversaria immediatamente dopo al Giardino troviamo la Casa; chi conosce Massimo De Paoli (già allenatore nei settori giovanili di Inter e Brescia, ed ora dirigente delle rondinelle) ed il suo concetto di castello troverà delle similitudini: si tratta dello stesso spazio vuoto denominato in modo differente, perché differenti sono i paesaggi utilizzati. La Casa è quindi quello spazio vuoto compreso tra i centrocampisti ed i difensori avversari , è la porzione di campo dove mantenere il possesso della palla è più difficoltoso e questo a causa della sua strategicità: infatti è lo spazio dove solitamente agiscono i cosiddetti trequartisti, che proprio qui cercano spesso di smarcarsi per ricevere palla e puntare la difesa avversaria.
Inoltre, essendo la zona più prossima al Cielo, tende ad essere uno spazio spesso piccolo ed angusto da attaccare, a causa degli avversari che sembrano spesso propensi a non permettere a nessuno di entrarvi; per essere attaccata nel modo giusto, la Casa deve essere allargata dai giocatori esterni che giocano sugli Alberi, e deve continuamente essere occupata ed immediatamente liberata sia dall’inserimento di qualche centrocampista, sia da qualche movimento incontro degli attaccanti (i cosiddetti movimenti sul corto).
lunedì 16 marzo 2015
Coach Attilio Caja sui "sentito dire"
Passo preso dall'intervista di Mario Canfora al neo coach di Varese Attilio Caja uscita sulla Gazzetta dello Sport.
"In 25 anni non ho mai fatto sedute a porte chiuse, tutti devono capire come lavora la squadra. Non alleno da ieri, la gente che segue durante la settimana non l'ho mai vista così numerosa come succede a Varese. Sono contento, così non si va soltanto dietro al sentito dire. Certe volte noi allenatori siamo bollati con dei preconcetti, ma nessuno neppure ti dà la soddisfazione di seguirti. Fateci caso: spesso tra manager e agenti si dice "vado alla tal partita per vedere quel giocatore" ma mai "vado a seguire quel coach durante la settimana". E così emerge solo il pettegolezzo, mai la qualità del lavoro». La presenza del suo predecessore Pozzecco è ingombrante? «Direi proprio di no, con lui c'è stato subito un rapporto chiaro. In questa settimana, per dire, lo abbiamo visto solo martedì quando tutti noi siamo andati a mangiarci una pizza dopo l'allenamento. Lui passa in palestra, vero, ma è normale. D'altronde direi che non ha fatto un passo indietro, ma solo laterale e quindi non vive tutto in manie- ra rancorosa, anzi. Varese è casa sua, non dimentichiamolo"
E nel calcio i Dirigenti seguono il lavoro settimanale? I responsabili tecnici come vengono scelti? E i Responsabili tecnici come scelgono gli allenatori? Discorso piuttosto lungo...
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