giovedì 4 dicembre 2014

Arrigo insegna. Sempre


INTERVISTA PRESA DA:
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-10-23/arrigo-sacchi-arte-pallone-162537.shtml?uuid=Abr732vG
Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell’sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall’argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo. Ha la seria pazzia di un artista modernista: dalla sua voce più pudica che passionale non si ascolta il calcio romantico alla Baricco, ma un ispirato sogno neoclassico, pulito, in parole usate col compasso:
E l’Argentina come giocava?
Giocava a zona, una zona pressing.
E la zona senza pressing com’è? Che differenza c’è tra la zona senza pressing e la zona con pressing?
La zona copre gli spazi e quindi fa una difesa passiva. La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando hanno la palla gli avversari, con questa pressione li obblighi a giocare a delle velocità, a dei ritmi, a delle intensità cui molto probabilmente non sono abituati e quindi sei tu attivo anche quando la palla ce l’hanno gli altri.
(Ci siamo arrivati così: stava dicendo che da responsabile della primavera e del settore giovanile della Fiorentina, nel 1983 aveva commesso “un errore, ne ho commessi tanti, quello di obbligare tutti gli allenatori a giocare a zona, tutti gli allenatori delle giovanili”. Poi, spiegando il suo gioco: “La mia era sempre una zona pressing, eh: non era solo una zona. Ebbi la fortuna alla Fiorentina di incontrami con Passarella, Passarella giocava nella Fiorentina, e tante volte lo chiamavo il martedì a parlare ai giocatori, a spiegare come loro giocavano nell’Argentina…”)
E all’epoca chi giocava con la zona senza pressing?
Aveva provato Liedholm, e aveva provato anche Vinicio col Napoli, io ero andato a vedere la sua preparazione alcuni anni prima…
E invece l’Olanda giocava col pressing?
Eh sì, l’Olanda giocava col pressing. Nella zona il riferimento è principalmente il campo, mai l’avversario, invece nella zona pressing devi sapere quando è più giusto coprire lo spazio o andare sull’uomo e devi avere una collaborazione costante, si difende collettivamente, questa fu la differenza: mentre in Italia si difendeva individualmente – ancora ora – e il riferimento principale è quasi sempre l’avversario e quasi mai il compagno. Ma se deve essere una squadra… se non c’è una connessione col compagno, un collegamento, non sei una squadra. Noi in fase difensiva avevamo tre riferimenti: l’avversario, il pallone e il compagno, e dovevamo sempre capire quando era più giusto coprire lo spazio o quando era più giusto invece marcare l’uomo e aggredirlo.
Lei giocava col 4-4-2, ma in generale la zona…
No, non è così: io ho giocato in tanti modi diversi, perché il sistema di gioco non è così importante: il sistema di gioco è importante per mettere di più a loro agio i giocatori a seconda delle loro caratteristiche, io ho giocato il 4-3-3… Il 4-4-2 io non l’ho mai fatto, era un 4-4-2 quando ci difendevamo, a volte quando ci difendevamo era anche un 5-3-2.
E chi scendeva dietro dal centrocampo?
Dipendeva: se Maldini stringeva, Evani andava a fare il quinto uomo; dall’altra parte se Tassotti stringeva, Colombo andava a fare il quinto uomo. Perché noi aggredivamo nella zona palla e cercavamo una copertura lontano dalla palla… E per far questo occorreva una squadra molto…
Tonica.
Qual è la differenza tra uno sport di squadra e uno sport singolo? È data dalla connessione che si trasforma in sinergia. Ma se non c’è un collegamento la connessione sarà minima e la sinergia sarà minima. Per far questo quindi tu devi muovere undici giocatori in modo organico e che siano nelle distanze giuste e che si vadano a smarcare nei tempi giusti e che in fase difensiva siano nelle posizioni giuste, nelle coperture giuste: avere in poche parole undici giocatori in posizione attiva con la palla e senza la palla, questo era l’obiettivo, difficile ancora ora si immagini venti venticinque anni fa.
Immagino la fatica dal punto di vista atletico, mettersi in condizioni di…
No no, altetico no: noi non spendevamo niente rispetto agli altri, noi eravamo sempre in aerobia, perché quando sei corto gli scatti non sono mai più lunghi di dieci, quindici metri, è quando sei lungo che gli scatti vanno sui venti, trenta, quaranta… Tanto che i miei giocatori – il povero Brera disse “li massacra tutti” –, Maldini ha finito di giocare a quarantun anni, Costacurta trentanove, Filippo Galli anche lui sui quarant’anni, Baresi trentasette, Tassotti trentasette. Eccetto Van Basten, poverino, perché ha avuto problemi al ginocchio, hanno avuto tutti una carriera lunga, molto lunga, perché, fra parentesi, la fatica era divisa per undici, mentre nelle squadre italiane giocavano in realtà tre quattro giocatori perché il portiere non si muoveva dalla porta e non giocava, dunque il difensore centrale non si muoveva dall’uomo perché doveva marcare: c’era un calcio specialistico. Io ho sempre pensato ad un calcio globale, ho sempre pensato di avere una squadra non di avere un singolo, e quindi allenavo la squadra per migliorare il singolo, non partivo dal singolo per arrivare alla squadra, non so se mi sto spiegando…
(Si potrebbe lasciar parlare Arrigo Sacchi di calcio senza neanche leggere il suo curriculum. La passione pedagogica toglie ogni distanza e sacralità alla telefonata: non sto parlando con chi ha vinto le prime due coppe dei campioni e il primo scudetto del Milan berlusconiano tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, sto parlando con un ex calciatore dilettante appassionato di calcio, figlio di imprenditore, che cominciando ad allenare a ventisette anni guadagnava meno che dal padre. Uno che ha “sempre amato il calcio moltissimo, una passione enorme, tanto che quando andavo alle elementari facevo la radiocronaca virtuale. Giocavo come tutti i bambini. Una cosa che mi sarebbe piaciuta fare, da piccolino, era il regista cinematografico o il direttore d’orchestra o l’allenatore, quindi sono stato fortunato perché sono riuscito a fare una di queste cose. Mi sentivo proprio la vocazione di insegnare ed ero attratto da quelle squadre che giocavano un calcio di dominio, un calcio da protagoniste…” Non una leggenda, uno che dice: “Smisi di giocare a calcio, e nessuno pianse”. Smise per un’infiammazione, andò ad allenare la squadra del paese, Fusignano, in Romagna: il direttore sportivo faceva il bibliotecario. Sto ascoltando uno che perdeva tutte le partite del precampionato con il Bellaria di Igea Marina in quarta serie “perché se lei vuol costruire una baracca non deve fare delle fondamenta, ma se vuole costruire un grattacielo deve fare le fondamenta e finché fa delle fondamenta va sottoterra e non sopra”. Uno che in quarta serie allenava giocatori di dieci anni più anziani. Uno che avendo allenato la primavera del Parma, poi il Rimini, le giovanili della Fiorentina, quindi il Rimini, arrivato alla prima squadra del Parma la porta in vantaggio a San Siro in Coppa Italia contro il Milan, e invece di inserire un difensore per un attaccante e coprirsi, in vantaggio di uno a zero mette un altro attaccante. Così, a Milano lo notano, e arriva un’offerta.)
…E Berlusconi, lui mi chiese un favore: lui sapeva che io dovevo incontrarmi con una società il venerdì, mi chiese, disse “Guardi io devo andar via alcuni giorni, le chiedo un favore, di rimandare quell’appuntamento, e noi ci ritroviamo qua lunedì prossimo”. Dissi “Sì”, però non ero convinto, andando a casa dissi no, non posso fare una figuraccia del genere, rimando un appuntamento e poi… e la mattina telefonai a Rognoni [responsabile dei servizi sportivi Mediaset, NdR] e gli dissi “Guarda, ringraziali molto ma non me la sento di fare una figuraccia del genere… Io mi devo ancora incontrare, non posso dire rimandiamo…” dice “Sei matto? Al 99% sei tu l’allenatore del Milan”. Dissi: “No no, non me la sento” e andai agli allenamenti del Parma. Ricordo che quel giorno la sera torno a casa e mia moglie mi dice “Guarda, chiama subito Ettore Rognoni che t’ha cercato due o tre volte”, e mi fa “domani sera hai degli impegni?” “No”. “Allora non ci sarà Berlusconi ma ci sarà Galliani, Paolo Berlusconi, Confalonieri”. Dico: “Mah per me son anche troppi” e andai su, e allora lì capii che volevano veramente prendermi come allenatore. Andai su e firmai in bianco. “Voi avete un grande coraggio”. Io dico: “O siete dei fenomeni o siete dei suicidi’. E comunque io firmo in bianco, e presi meno di quanto prendevo a Parma… E feci un contratto… Io facevo sempre contratti di un anno solo perché volevo smettere… perché…
Perché se non era bravo, meglio smettere… (Così disse quando smise di giocare.)
“No no, non era quello. Smettere perché facevo fatica e lo stress mi uccideva…”
Ah quindi è sempre stato così? (Smise di allenare per questa ragione, lasciando l’Atletico Madrid nel 1999 dopo le esperienze con la nazionale maggiore e un breve ritorno al Milan. Lavorò poi come direttore tecnico per il Parma e per il Real Madrid.)
Io non volevo dare la vita per… E siccome io faccio parte del partito melius abundare quam deficere, è una certezza, si può sempre far di più e meglio, quindi le notti mie erano insonni, mi sembrava sempre di rubare, di non essere un buon professionista, e tutti accettavano volentieri perché dicevano Se va male non abbiam spese. Eppure anche col Milan andai bene, vincemmo il campionato e dissi: “Adesso raddoppiamo però”, solo che il secondo anno partimmo malissimo e Biscardi annunciò che il martedì sarei stato esonerato, nel caso perdemmo tre quattro partite consecutive.
Trovo molto affascinante come ha saltato a piè pari l’anno dello scudetto… Insomma, è un anno importante, voglio dire…
Sì, fu un anno importante, il primo. All’inizio non ci fu prevenzione, diffidenza sì, ma non prevenzione quindi non trovai un ostacolo, e fu bravissima la società e Berlusconi fu bravissimo perché noi partimmo male, perdemmo la prima partita in casa, perdemmo la prima partita nella coppa UEFA, poi perdemmo in casa in coppa UEFA dall’Espanol e dissero che non sarei arrivato, non al panettone, ma a mangiare le favette, e Berlusconi: mi ricordo perdemmo 2 a 0, io tutta la notte tornai a casa, non andai a letto, studiai il Verona che dovevamo giocare la domenica e alle otto, le nove mi telefonò Berlusconi e mi disse: “Ha bisogno?” Dissi: “Sì” e venne il sabato e fece un discorso cortissimo ma efficacissimo, disse con i giocatori: “Questo allenatore lo sento io, gode della mia massima stima e fiducia, chi di voi lo seguirà rimarrà, chi non lo seguirà dovremmo rivedere…” Fu diretto, molto, mi diede veramente una gran mano. Quindi il primo anno si concluse in un trionfo inaspettato e fantastico perché riempivamo lo stadio in continuazione ovunque andavamo, dove c’erano conservatori che mi vedevano come il diavolo e l’acqua santa perché vedevano in me uno che attentava alla loro conoscenza, a quello che avevano sempre scritto del calcio.
Cosa scrivevano del suo gioco?
No, dicevan che li massacravo i giocatori, poi per loro il calcio era un’altra cosa, era fatto del singolo, era fatto del contropiede, io dicevo no, non è solo contropiede, noi facciamo anche contropiede ma noi vogliamo essere padroni del campo e del pallone, vogliamo avere inziativa…
Il termine “ripartenza” l’aveva inventato lei?
M’han detto di sì… ci son delle parole che… non lo so…
E invece il concetto di intensità lo usava già allora?
Mah, forse era un termine che usavo e quindi dopo è stato riportato… Tutte le grandi squadre hanno avuto un comune denominatore, tutte, al di là del sistema di gioco, al di là delle epoche diverse e son sempre state delle protagoniste, non ho mai visto squadre che lasciassero il gioco alle altre diventare delle grandissime squadre: potevano vincere ma non…
E quindi che dice delle squadre di Mourinho?
Ma Mourinho è un personaggio straordinario nella sua completezza…
Be’ sì certo, su più livelli diciamo, ma le sue squadre non dominano… giusto?
Be’, no non è vero, dipende: non dominano con il Barcelona ma con le altre dominano, l’anno scorso col Milan dominava sempre… Non dominano col Barcelona di Guardiola perché adesso può darsi che… Ci son state tre squadre che a parer mio hanno modificato questo calcio e hanno consentito a questo sport di aggiornarsi, modernizzarsi ed essere sempre al top: l’Ajax, il Milan e il Barcelona adesso, tre fenomeni, quasi tutte a distanza l’una dall’altra di vent’anni, dove ognuna ha raccolto il testimone dall’altra aggiornandola ai vent’anni dopo.
Oggi la maggior parte delle squadre sono cacofoniche, se fossero delle orchestre sarebbero state…
Qual è la squadra meno cacofonica nel campionato italiano adesso?
La Juventus è la squadra più armoniosa…
Be’ sì è molto bella da vedere. Io sono della Roma, quindi…
Be’ adesso la Roma ha preso un maestro, che ha fatto il corso con me, il supercorso di Coverciano l’abbiam fatto assieme, allora il supercorso era un anno scolastico, adesso il supercorso si fa in trentadue giorni: o eravamo noi degli stupidi e questi dei geni… o apprenderanno meno… Zeman non m’ha mai annoiato, le sue squadre non m’hanno mai annoiato, mi divertono, a volte raggiungono dei vertici fantastici… È un maestro, le sue squadre hanno… c’è un’impronta importante. La maggior parte delle squadre se lei non leggesse non saprebbe chi è l’allenatore. Le squadre caratterizzate, che hanno un gioco come leader, lei sa subito chi è l’allenatore. Ci sono poche squadre che sono intonate: Zeman ha la capacità e la tempistica dei movimenti, l’attacco alla profondità, i tempi di gioco, il posizionamento, in fase difensiva un attimino meno ma è una squadra che ti emoziona a vederla perché quando gioca bene la palla scorre, è come un sogno che si sta realizzando.
E come si fa ad educare la squadra a questo scorrere della palla?
Quando io allenavo, Berlusconi non voleva che venissero a vedere gli allenatori, io li ho sempre fatti venire perché ho detto: “Ho avuto tanto dal calcio, devo dare qualche cosa”, però dicevo: “Guardi che se non hanno la chiave copiano l’esercizio ma non hanno la sensibilità”. Io ho un cugino che è direttore d’orchestra. Un giorno in modo provocatorio dissi: “Ma che differenza c’è tra te e Muti? Se suonate Beethoven o la Tosca, lo spartito è quello”. Lui disse: “Be’, se Muti ha un’orchestra di duecento orchestrali, quello meno importante è quello che batte i piatti: se questo li batte un attimo prima o un attimo dopo, un po’ troppo forte, un po’ troppo piano, lui lo sente”. Allora se un giocatore è mezzo metro avanti, mezzo metro indietro, parte un attimo prima o parte un attimo dopo, lei guarda e non lo vede; chi ha questa sensibilità lo vede e sa didatticamente cosa fare per corregerlo. Io adesso sto facendo questo: insieme a Maurizio Viscidi siamo gli allenatori di tutti gli allenatori delle nazionali giovanili italiane, noi alleniamo loro, andiamo a vedere gli allenamenti, gli diciamo che cosa è giusto fare, dove stanno sbagliando, io oggi ho visto gli allenamenti che faceva l’Under 17 e l’Under 20, dove vedi l’allenatore… Non lo so, l’altro giorno giocavamo contro il Portogallo e la distanza, il tempo di sganciamento del terzino si verificava troppo presto quindi la distanza era maggiore, quando la distanza è maggiore il passaggio sarà meno veloce, meno preciso e quindi più facile da intercettarsi – e la richiesta tecnica sarà maggiore…
La richiesta di energie?
La richiesta tecnica del giocatore che è in possesso palla: se sei a dieci metri è facile se sei a trenta metri sarà più complessa, no?, e ci sarà più tempo da parte dell’avversario per intervenire. Se un giocatore si allarga e invece deve stringere, allora devi fare delle simulazioni di partita, devi, capendo quello che non sta venendo fuori, fare delle esercitazioni, ma devi poi rifare la stessa esercitazione bene, benino, male, malissimo, è come suonare non so Volare, un’orchestra la può suonare benissimo, malissimo, però è sempre Volare”.
Ma quindi adesso comunque il suo metodo è diventato la norma, se hanno preso lei.
In Italia c’è un grande problema. Purtroppo le squadre sono meno lineari di quanto fosse la torre di Babele. Perché quando andavo in un club cercavo di mandarne via il più possibile? Perché quando arrivi trovi che negli ultimi cinque anni ci son stati cinque allenatori diversi quando non son stati otto, dieci, e ognuno ha portato dei giocatori suoi che erano adatti per il suo gioco e quindi che non son funzionali al progetto.
Van Basten mi chiedeva sempre “ma perché noi dobbiamo vincere e convincere quando agli altri basta solo vincere?” e io dicevo “tu vedi la gente come si diverte”. Io arrivai che avevamo 33.000 abbonati, mi pare che il secondo anno avevamo qualche cosa come 60.000, dico: “Noi ci dobbiamo divertire per una proprietà transitiva, così riusciamo a far divertire il pubblico”. World Soccer, che è la bibbia del calcio mondiale, attraverso i suoi esperti due o tre anni fa stilò l’elenco delle squadre più belle di tutti i tempi e misero al primo posto il Brasile del ’70, al secondo posto l’Ungheria del ’53, al terzo posto l’Olanda del ’74, al quarto posto, e prima squadra di club, il Milan dell’89, e allora quando ci siam trovati non molto tempo fa per una partita che facemmo qui a San Siro, gli dissi: “Hai capito perché bisognava vincere e convincere?” Per me una vittoria senza merito non è una vittoria: adesso ai giovani dico vale più della vittoria il modo in cui la si ottiene. Perché questo non è un paese per giovani? Perché noi non giochiamo un calcio per giovani, perché giochiamo un calcio difensivo. Secondo lei i giovani sono capaci più a rompere o a costruire?
Giochiamo un calcio individuale, specialistico, giochiamo un calcio di trucchi, di mestieranti. I giovani hanno bisogno di giocare un calcio d’attacco, di generosità, dove sbagliano molto ma creano anche molto, un calcio fatto di entusiasmi e hanno bisogno di avere un filo conduttore che è il gioco. Se lei facesse l’allenatore e non fosse sicuro del suo lavoro andrebbe a prendere dei giocatori giovani?, o dei giocatori esperti che saprebbero completare quello che lei non sa? Se fosse sicuro del suo lavoro, andrebbe a prendere dei giocatori giovani che sa che sono più recettivi, con una capacità di apprendimento maggiore, una generosità maggiore, con un’energia maggiore, con un entusiasmo maggiore. Non ci sarebbe storia. Allora lei vede si capisce subito chi è più allenatore e chi è più gestore, chi è più allenatore è chi ha delle grandi idee e va sui giovani.
Se ha delle grandi idee ci deve lavorare ossessivamente.
Nell’89 andammo a Tokyo, vincemmo la coppa intercontinentale, in tre quattro mesi avevamo vinto tutto, ma non mi era piaciuta la partita, festeggiavamo, facemmo una cena a metà della cena dissi con i collaboratori: “Finita la cena ci riuniamo che voglio parlar con voi”. Sapevo che non era il momento però avevo fretta. Uno mi disse: “Dai, Arrigo, prendiamoci una sera di riposo”, e io risposi: “Sì, così gli altri ci superano”. In questa ossessione, che Pavese un giorno definii ossessione arte, questa ossessione è quella che ti brucia e la stessa che ha bruciato e sta bruciando il mio amico Guardiola, è quella che ti permette di fare qualche cosa che altrimenti non sarebbe possibile fare.
A proposito di Guardiola come funzionano i rapporti tra i grandi allenatori, lui è venuto a chiederle consigli?
Noi siamo amici da sempre, lui ama il calcio quindi gli piace parlare di calcio e quando io facevo delle conferenze in Spagna un paio di volte l’ho visto che veniva, poi parlavamo, ci trovavamo. E un giorno mi chiese: “Arrigo, dai, dimmi un nome di un difensore per iniziare il gioco”. “Guarda, questa è una richiesta che in Italia non me l’ha mai fatta nessuno perché da noi il difensore deve rompere, non costruire”. I difensori nostri per farli venir su, loro son cento anni che vedono che non torna nessuno, per far ritornare gli attaccanti che son cento anni che non ritornano… Il Barcellona è diventato grande pur mettendo via dei giocatori individualmente fenomenali, Ronaldinho, Deco, Ibrahimovic e sostituendoli con emeriti sconosciuti o con dei giocatori normali come Villa e uno dice ma com’è possibile? Anche l’Argentina ha Messi, ma quanto serve il Barcellona a Messi se con l’Argentina fino adesso ha sempre deluso?
Guardiola che domande le faceva?
Si parlava… e quando prese Ibrahimovic gli dissi: “Hai preso un bravissimo giocatore ma che conosce la sua musica e vuol cantare la sua musica”.
E lui che disse?
Mi spiegò i movimenti che gli chiedeva, però dopo ha visto com’è andata a finire… Voleva un giocatore che attaccasse la profondità, voleva un giocatore che andasse dalla parte opposta. Noi abbiamo una cosa in comune. Io son stato al Milan quattro anni e andai via perché mi sembrava di esser ritornato all’epoca della scuola quando piuttosto che andare a scuola mi sarei fermato a zappare la terra con i contadini perché non ce la facevo più dallo stress e Guardiola adesso sta vivendo la stessa situazione, io spero lui riprenda perché è un genio del calcio e non so se riprenderà però me lo auguro, m’ha telefonato un mese fa, ci siam parlati per un paio d’ore e ha detto: “Fra poco devo smettere anche con lei perché mi brucia l’orecchio”. Adesso lui va via, va lontano, va in un altro continente, e non so se riprenderà, mi dispiacerebbe…
Allenare la nazionale è meno stressante?
La nazionale… Ha presente un eunuco in un harem con delle belle donne? Ecco, la nazionale è questa, dove diventi un teorico. Io non ho mai detto che un giocatore della nazionale è un mio giocatore, perché non era un mio giocatore. Io sono testardo, anche lì io ho cercato di dare un gioco,  agevolato dal fatto che avevo convocato specialmente nella prima parte parecchi giocatori che erano stati al Milan. Arrivammo secondi al mondiale [USA '94, NdR] e fu un capolavoro quello, veramente, di volontà, di impegno, e arriviamo alla finale in un ambiente non consono a noi perché giocando noi un calcio in velocità a quelle temperature era problematico, però c’era una straordinaria volontà, un gruppo molto coeso, determinato, è come sempre poi, quando c’è il gioco non è che se ne avvantaggiano in maniera uguale, chi ha più attitudine se ne avvantaggia ancora di più…
Attitudine a cosa?
Baggio le sue migliori partite le ha fatte con la nazionale più che nei club. Baggio ricordo che quando lo chiamai lui stava andando male con la Juventus tanto che ero andato a vederlo a Genova e davanti a me c’era l’avvocato Agnelli, nell’intervallo parlavamo, e gli dissi: “Ma Avvocato, chi è dei suoi che è in forma?” E lui sa cosa mi disse? “I tre tedeschi”, per dirmi che non c’era nessuno in forma… Io a Baggio dissi: “Guarda, ti chiamo, non so se ti farò giocare però t’ho chiamato perché ho fiducia”. E lui fu bravissimo devo dire finché io lo sostituì in una partita, una partita drammatica per noi perché avendo perso la prima se perdevamo pure la seconda tornavamo subito a casa, ci trovammo dopo dieci minuti in una situazione di 38 gradi a dover giocare tutta una partita in dieci contro undici e io presi la decisione più difficile, quella meno ovvia, di togliere il giocatore più famoso che avevamo e lui in quel momento capì che io non ero l’allenatore suo, ero l’allenatore di tutti. Fu molto bravo con noi, da noi giocava come secondo attaccante, dove cercavamo di utilizzarlo nel migliore dei modi, avendo un attaccante che gli aprisse gli spazi, che andasse più di lui in profondità in modo che lui potesse andare a raccogliere la palla incontro o di fianco, cercammo d’avere più gioco noi degli altri, io avevo una statistica dei palloni che lui toccava mediamente nella squadra di club; dissi “Se tu ti muovi con la squadra, la toccherai due o tre volte in più” e così fu. Ci diede dei grandi risultati. Fu una fatica immane, il campionato del mondo è una cosa che ti distrugge e dove devi dar fondo a tutte le tue esperienze, conoscenze.
E non le veniva di cambiare sistema?
Ma io non avevo un sistema, io non ho un sistema. Ho il gioco del calcio, non ho sistema.
(Questa non è una domanda: è un bell’aneddoto sul denaro, saltato fuori in un punto del racconto, e mi pare una bella conclusione.)
Quando decisi di smettere di lavorare per far l’allenatore, io dissi con mio padre: “Ho capito che vivrò una vita sola e quindi devo viaggiare”, perché purtroppo morì mio fratello e dovetti io far la parte commerciale: “Devo viaggiare e non mi piace il lavoro, a me piace il calcio. Vivendo una vita sola dico smetto di lavorare e vado a fare l’allenatore”. Andai a fare l’allenatore al Cesena e il presidente mi disse “cosa vuole?” e io dissi “mi dia lei quello che vuole”, e lui disse: “No: poco, ma mi dica lei”, e prendevo di stipendio in un anno quello che a lavoro con mio padre io prendevo in un mese, e quando dovevo fare dei contratti all’inizio mi vergognavo sempre perché mi vergognavo di chiedere dei soldi per una cosa che mi piaceva così tanto, e quando mi son fatto pagare, e le assicuro che ho preso molto di meno di quanto avrei potuto… l’unica volta che ho preso davvero dei soldi fu il secondo anno al Milan. Dicevano che Berlusconi mi voleva mandare via e Biscardi disse che mi avrebbe mandato via il martedì. Galliani disse: “Ti vuol parlare il Presidente”, e andammo ad Ascoli. Lui entrò, mi abbracciò e disse: “Lei ha la fortuna che è il più bravo di tutti, però non posso tutti gli anni darle il doppio”, perché io avevo chiesto per il secondo anno il doppio del primo. Mi disse: “Perché vedi, Arrigo, ormai in campionato siamo staccati, e la Coppa dei Campioni son vent’anni che non la vinciamo”. Allora io dissi: “Guardi, Dottore, se non vinciamo la Coppa dei Campioni mi dà l’ingaggio che vuole lei, la cifra che mi ha proposto lei, però se la vinciamo quella differenza me la moltiplica per tre”. E così fu e devo dire che io ho una clip di lui che mi viene in campo ad abbracciare e lui ricordo che mi disse: “Non ho mai speso meglio i miei soldi”.

martedì 2 dicembre 2014

PAESAGGIO: la Strada

   Il primo spazio che incontriamo , guardando il disegno dal basso verso l’alto, è la Strada; colorata di grigio, la Strada è lo spazio di gioco che si trova tra la nostra porta e i primi avversari, o il primo avversario, a seconda del sistema di gioco utilizzato dall’altra squadra, . La Strada è la zona più pericolosa perché è quella più vicina alla nostra porta, e quindi avere il possesso della palla in questa parte di campo richiede massima attenzione. D’altro canto però, un bambino che superi la paura di possedere  la palla in questa zona (spesso causata anche dall’allenatore), conquisterà più sicurezza,  e sicuramente diventerà un giocatore propositivo. 


mercoledì 15 ottobre 2014

Tu sei quello. Sempre Gigi Meroni

Di Marina Beccuti, articolo preso da torinogranata.it

http://www.torinogranata.it/editoriale/tu-sei-quello-sempre-gigi-meroni-50295



"Ci siamo, a Torino il 15 ottobre accendono i termosifoni per riscaldare le case ormai fredde e come ogni anno arriva il ricordo della tragedia di Gigi Meroni. Come in quei film dove tutto si ferma e va al rallentatore, dove vorresti fermare le immagini poco prima che succeda il fatto. La farfalla che vola, che spicca il salto più lungo, il suo ultimo battito d'ali per l'eternità. Gigi è vivo, volevamo urlarlo quel 15 ottobre del 1967 quando molti di noi, bambini, abbiamo saputo la notizia prima di andare a scuola o all'asilo. Non c'era Internet dove il tam tam mediatico avrebbe tenuto sveglia l'intera Italia, ma bisognava attendere i telegiornali e poi le prime edizioni dei quotidiani. Ma ugualmente la notizia passò da una persona all'altra, per arrivare al pianto di un'intera città che di tragedie in tinta granata ne aveva già viste e ancora doveva viverne. Gigi amava i Beatles che cambiarono un'intera generazione, anzi il mondo intero, ma il titolo di una canzone di Orietta Berti, non me ne voglia Gigi che amava la beat generation (come la sottoscritta d'altronde, come seguire Tenco, un poeta maledetto della generazione di Meroni, che se ne andò anch'egli nel '67) "Tu sei quello" lo prendo ad esempio per ricordare Meroni, perchè non serve manco pronunciare il nome per capire che si tratta di lui, il campione magico del Toro che divenne leggenda in una notte buia d'autunno. Il destino ha voluto così, ha deciso che tu fossi bello per sempre, unico e imbattibile. Sei vivo Gigi, sei rimasto giovane e scanzonato. Il mondo è cambiato in peggio ma tu sei rimasto onesto, solido, leale e ribelle, come chi vuole vivere la sua vita con garbo fino in fondo, anche se corta, ma non per questo meno intensa.

Ciao amico mio, la tua carezza sul mio viso bambino la sento ancora addosso, perchè per noi sopravvissuti ci è rimasto questo grato compito di raccontarti ogni anno, mese, secondo, attimo. Tu ci accompagni ovunque, prendendoci per mano e per darci la forza di ribellarci come hai fatto tu. E oggi ci mancano delle idee per ribaltare il mondo, che così proprio non ci piace. La nostra ribellione sei tu, perchè non abbiamo mai accettato il tuo addio e siamo ancora qui consci che un giorno tu tornerai per dirci che è stato tutto uno scherzo.

"Tu sei quello
che s'incontra una volta
e mai più,
l'ho sentito quando m'hai guardato tu
per un attimo.

Tu sei quello,
sono troppo sicura
di me.
Non esiste al mondo un altro come te,
come te."

venerdì 16 maggio 2014

E se un premio per tutti fosse la radice dei nostri mali?

Articolo di Michele Farina
Preso da:
http://27esimaora.corriere.it/articolo/e-se-un-premio-per-tuttifosse-la-radice-dei-nostri-mali/



Oibò, i bambini viziati e coccolati crescono più sicuri, quelli che “ottengono” solo quando lo meritano diventeranno adulti fragili. Lo dice Alfie Kohn, guru dell’”educazione dolce”. A sentir lui, in America impera la pedagogia opposta alla sua. Liberal o conservatori, di destra o di sinistra, quando si parla di figli tutti si schierano sotto la bandiera del “sacrificio beneficio”. Per crescere bisogna soffire, sudare: viva la grintosa meritocrazia di un tempo, abbasso il permessivismo mollaccione e iper-protettivo dei nostri giorni. Pochi, dice Kohn nel suo ultimo libro "Il mito del bambino viziato", osano mettere in discussione, appunto, il mito: che i bambini di oggi vivono nella bambagia e ottengono tutto “troppo” facilmente. Si sa, i luoghi comuni non accendono la fantasia. Non esistono più le mezze stagioni, i bambini di oggi sono viziati… Parole. Ma qui sono in gioco cose più concrete: coppe, medaglie, coccarde. In America c’è un movimento che si batte per eliminare dalle garette dei piccoli il comandamento «un premio a chi partecipa». Quando l’ho letto, d’istinto ho pensato di chiamare l’Unicef, Human Rights Watch, il Papa.
E se invece avessero ragione loro: se fosse il principio “un premio per tutti” la radice dei nostri mali?
Il principio è vecchio: l’importante è partecipare. Un premio per tutti vuol dire questo: un riconoscimento al cimento. Bravo, ci hai provato. Sarà pure un astuto scudo usato dagli adulti che non vogliono sorbirsi il muso dei pargoli che tornano a casa senza uno straccio di medaglietta. Sarà anche una misura di ordine pubblico, un modo per evitare che i genitori hooligans facciano a botte a bordo campo.
Ma oggi, scrive Kohn sul New York Times, è in voga il principio opposto.Lacrime e grinta. Solo in America? Anche in Italia? Se non li esponi alle esperienze negative già da piccoli, arriveranno impreparati alle “inevitabili” sconfitte della vita “vera”. Se dimostri di amarli e considerarli indipendentemente dal loro comportamento cresceranno tronfi e scansafatiche nella convinzione che tutto è dovuto”.
Nessuno però ha dimostrato, sostiene Kohn, che il dogma della “stima condizionata” (ti apprezzo a condizione che) li faccia crescere più forti. Anzi. Kohn cita una serie di ricercatori (Avi Assor, Guy Roth e altri) che nell’ultimo decennio hanno provato il contrario. Quando i figli sentono che la stima dei genitori varia a seconda del loro comportamento e dei loro risultati (a scuola, in società etc) l’effetto non è quello desiderato: la risultante autostima è un colabrodo, fragile e instabile. Per crescere bene è utile avere un’alta considerazone di sè, ma quella che conta davvero, secondo Kohn, è “l’autostima incondizionata”, ovvero la granitica certezza «che tu vali sempre, anche quando fallisci». Ok, e come coltivi il seme di questo santo Graal dell’”autostima incondizionata”?
Appunto: non mettendo condizioni. Questo vuol dire non mettere paletti? Come si instilla allora il principio della responsabilità (se non del merito)? Aiuto, mi sono perso. Sono d’accordo: sbaglia la tribù dei genitori americani che vuole togliere lo scalpo (il premio) ai bambini perdenti. Ma poi esiste, questa tribù, in Italia? Non sarà che noi mediamente soffriamo del dogma opposto a quello attaccato da Kohn? Ce lo diciamo tutti: il nostro tarlo non è tanto la competitività ma la sua variante truccata. Come diceva quella vecchia battuta: «Certo che in Italia c’è la meritocrazia. Chi merita, fuori dalle scatole».
Come si riflette, questo vizio degli adulti, nella corsa dei bambini?




lunedì 3 febbraio 2014

Chi di catenaccio ferisce, di catenaccio perisce...

Ricevo e pubblico: grazie a F.M.

Chelsea, Mourinho furioso col West Ham: "Ci sarebbe servito il Black and Decker"

L'allenatore portoghese, che non è riuscito a sbloccare lo 0-0, accusa l'avversario di aver fatto solo catenaccio: "Hanno praticato un calcio da XIX secolo, troppo brutto da vedere in Premier League". La replica di Allardyce: "Non potrebbe fregarmene di meno"

Quando tre anni e nove mesi fa osarono criticarlo per il catenaccio con cui la sua Inter fermò il Barcellona, lui fece spallucce: della serie, questa è la Champions League e bisogna andare avanti con ogni mezzo, anche agé o superato che sia. E guarda caso alla fine furono proprio i nerazzurri ad alzare la coppa nel cielo di Madrid. Ecco perché fa perlomeno sorridere che ora sia José Mourinho a lamentarsi per la vetusta tattica di gioco usata da un avversario (nel caso specifico, il West Ham) per fermare il Chelsea sullo 0-0 casalingo e fargli (forse) dire addio ai sogni di Premier. Vero, ieri sera ai Blues non ne è andata bene una, fra traverse (Oscar), pali (Demba Ba) e salvataggi del portiere Adrian: non a caso, le statistiche finali hanno ricordato molto da vicino quelle di 45 mesi fa al Camp Nou e laddove ci furono 15 tiri a 1 (con possesso palla al limite dell’imbarazzante, ovvero 76% contro 24) a Stamford Bridge il tabellino riporta 39 conclusioni a rete del Chelsea contro una sola del West Ham. Insomma, non si può certo dire che la squadra di Big Sam (al secolo, Allardyce) sia andata in campo con l’idea di fare gioco ma piuttosto il contrario.

SERVIVA IL BLACK AND DECKER — “La sola cosa che avremmo potuto usare per distruggere il loro muro difensivo era il Black and Decker”, ha ironizzato Mourinho a fine gara, prima di criticare l’operato dell’arbitro Neil Swarbrick “per l’incoerenza di concedere appena 4 minuti di recupero a dispetto delle cinque sostituzioni nel secondo tempo, delle continue interruzioni per finti infortuni degli avversari e delle perdite di tempo del portiere del West Ham, iniziate già dopo un minuto. Così si avalla solo il comportamento sbagliato di una squadra”.

LE ABBIAMO PROVATE TUTTE — Sistemato il direttore di gara, il portoghese si è poi lanciato nella sua personalissima tirata anti-catenaccio, accusando il West Ham “di praticare un calcio da XIX secolo, troppo brutto da vedere per la Premier League. E’ davvero molto difficile giocare una partita quando solo una delle due squadre vuole farlo e l’altra no e piazza dieci difensori in area, i miei giocatori le hanno provate tutte per segnare ma il gol non è arrivato. Ne ho parlato con Allardyce e ripeto la stessa cosa anche a voi. E’ vero, loro avevano bisogno di punti e quindi non posso essere eccessivamente critico perché non sono nessuno per farlo e poi non so cos’avrei fatto nella loro stessa situazione, ma comunque questo non è calcio, non è Premier League”.

BIG SAM: NON ME NE FREGA NULLA — In effetti al termine della partita Big Sam le frasi di rimostranza di Mou se le è dovute sorbire tutte, “ma non potrebbe fregarmene di meno di quello che mi ha detto – ha puntualizzato il tecnico - perché è stato davvero troppo bello vedere i giocatori del Chelsea lamentarsi con l’arbitro e cercare di intimidirlo o guardare José mentre saltava su e giù nell’area tecnica perché era arrabbiato”. Bello quasi quanto quell’altra immagine di tre anni e nove mesi fa, quando Mou saltava ancora, ma quella volta di gioia, per celebrare la vittoria vecchio stile del calcio italiano sui fenomeni catalani. 


Articolo di Simona Marchetti preso dal sito della Gazzetta dello Sport

http://www.gazzetta.it/Calcio/Premier-League/30-01-2014/chelsea-mourinho-furioso-col-west-ham-ci-sarebbe-servito-black-and-decker-2.0.2244541246.shtml

Lettera del Mister alla Mamma di un bambino "scarso"


RICEVO E PUBBLICO: grazie a M.L.

Questa che vi proponiamo è la lettera di Mister Andrea Checcarelli pubblicata sul sito della Real Virtus, destinata alla madre di un ragazzino non proprio tra i migliori della squadra, diciamo pure "scarso". La vogliamo pubblicare perchè condividiamo a pieno i principi che essa vuole rappresentare:
"Salve signora!Per me che ho allenato un anno suo figlio ,sapere che è sua intenzione quella di interrompere l'attività ,e' un piccolo-grandefallimento da allenatore. Un fallimento non solo come tecnico,ma anche come persona, indipendentemente da quelle che sono le problematiche singole del bambino, della famiglia.
Non essere riuscito a coinvolgerlo a pieno,a stimolarlo,ad integrarlo al meglio all'interno della squadra ,a fargli migliorare quei limiti quel tanto che sarebbe bastato,a farlo considerare "più bravo" da se stesso,ma anche da sua madre..
Volevo comunque dirle che suo figlio non sarà stato il migliore fisicamente,tecnicamente,tatticamente..... ma eccelleva, era il più bravo,per la sua attenzione,per l'applicazione delle direttive dategli.Per il rispetto che ha sempre dimostrato nei miei confronti,durante gli allenamenti ed alle partite.In questo era il migliore.E' sicuramente il migliore,basta farlo continuare a giocare,se è quello che lui vuole!
Con tutte queste qualità umane,si può migliorare tantissimo,lavorando per colmare i suoi limiti . Glielo dice uno che,una volta ,non aveva spazio a Passaggio di Bettona,nella squadra dei suoi amici e coetanei.
A 14 anni stavo per smettere,andai a giocare in un altro ambiente,a Cannara, e trovai il modo di esprimere al meglio quello che avevo dentro.Di migliorare,di vincere tante partite,tante quante ne avevo perse a Passaggio quando,oltretutto,non venivo molto considerato dall'ambiente e dal' allenatore.
A Passaggio di Bettona ci sono tornato a 20 anni,dopo aver vinto anche un campionato juniores nazionale per squadre dilettanti,con il Cannara.Ci sono tornato, perché m' hanno cercato loro( evidentemente qualcuno non mi aveva considerato quanto meritavo in passato) ed ho giocato e vinto tanto.
Ho vinto anche un campionato anche a Passaggio,prima di infortunarmi e di smettere di giocare qualche anno fa ma smettere di giocare e' una delle poche cose che cambierei del mio passato,glielo assicuro!Anche perché nel calcio sono riuscito a dimostrare me stesso che con la passione ed il lavoro si possono ottenere grandi soddisfazioni personali,senza sotterfugi di sorta,in maniera pulita.Solo facendosi "un culo così",insomma.
Aggiungo che le qualità che ha suo figlio,non sono assolutamente secondarie all' interno di un contesto di gruppo. Cosi' come e' giusto cercare di educare,punire,ma non emarginare,un bambino dotato tecnicamente,ma maleducato,e' altrettanto giusto permettere a che è dotato di altre qualità,e meno di altre,di potersi comunque esprimere.
Oltretutto in un contesto come la Real Virtus. Una società che offre un servizio alle famiglie ed ai bambini del posto,più per funzione sociale ,che per spirito competitivo,di vittoria,di primato.E' bello vedere che gli amici del paese,possano avere un luogo di ritrovo,per la propria crescita,visto che il nostro paese non ne offre di tantissimi.
Le qualità di suo figlio,sia nella vita settimanale del gruppo,che nella domenica di gara,sono molto importanti per la squadra.Anche per raggiungere quei risultati che,ogni tanto,fanno bene al gruppo stesso.Perche' suo figlio,sopratutto grazie a voi genitori e' un bambino che è contento di giocare anche solo 5 minuti.Si impegna,col sorriso.Fa un po' da contraltare rispetto a chi,dotato tecnicamente,gode della fiducia del mister,a volte,non meritandosela.E gioca magari controvoglia.Non so se c'era quando fece gol;io mi ricordo bene.
È stato molto bello ,vederlo esultare.Una scena quasi da film....chi l'avrebbe mai detto?Forse neanch'io,di certo....però il calcio e' anche questo.Se ha avuto quella piccola gioia,se l'e' sudata tutta,suo figlio. Per questo è più bella!Non lo privi di quei 5 minuti se per lui sono importanti.
Alla squadra mancherebbe anche un genitore come te.In un contesto dove tutti gli animi sono esagitati,c'è maleducazione,esasperazione,persone che credono di essere mamma e papà di Messi, Maradona e Van Basten,la sua voce fuori dal coro ed il suo profilo basso,sono un esempio per gli altri genitori.
Ma forse,mi permetta di dirglielo,e' un po' troppo fuori dal coro.Talmente tanto che finisce per uniformarsi al coro stesso...se lascia perché suo figlio"e' scarso"diventa come quelli che credono di avere il figlio "forte" e sbraitano da fuori alla rete,peggio dei cani randagi,pretendendo spazio e importanza.E questa fine non se la meriterebbe, non la rappresenterebbe.
Nel calcio ci vorrebbero più bambini come suo figlio e più genitori come lei. Pensaci e pensateci,anzi:ripensateci!"

Presa dal sito:

http://www.calcioweb.eu/request_ios.php?news_id=80846