lunedì 20 febbraio 2017

Zeman a Pescara: non succede, ma se succede...


Preso da: http://www.ilfattoquotidiano.it/category/sport-miliardi/fatto-football-club/

Zeman, una domenica a modo suo: ecco perché il Boemo serve ancora alla Serie A

FATTO FOOTBALL CLUB - 'Sdegno' torna e il Pescara vince la prima partita dell'anno in campionato, facendo 5 gol e non subendone nessuno: incredibile. A prescindere da come andrà a finire, il calcio zemaniano serve come il pane contro la noia di questo torneo

di Lorenzo Vendemiale | 20 febbraio 2017



Bentornati a Zemanlandia: il mondo delle fiabe del pallone, dove in meno di 48 ore l’ultima in classifica si trasforma da brutto anatroccolo in cigno. Anzi, in delfino: il Pescara non aveva mai vinto in 25 giornate di campionato (almeno sul campo: a tavolino l’unico successo sul Sassuolo); nel 2017 aveva solo perso, veniva da sei sconfitte di fila in cui aveva incassato 22 reti (una media di quasi quattro a partita). È arrivato Zdenek Zeman e ha vinto 5-0, divertendo quei pochi tifosi increduli che si sono presentati allo stadio Adriatico in uno slancio di pura nostalgia. “Abbiamo rotto l’incantesimo”, ha detto lui. Come nelle fiabe, appunto.
Certo, dall’altra parte c’era il Genoa, una delle squadre più depresse di questa Serie A senza motivazioni. Più per le scelte del suo presidente (ancora una volta Preziosi ha smantellato una rosa già deficitaria di suo a gennaio), che del povero allenatore di turno, il bravissimo Juric cacciato subito dopo la sconfitta (al suo posto Mandorlini). L’avversario per una volta conta poco: fino a ieri probabilmente il Pescara avrebbe perso anche con la metà delle squadre di Serie B, forse pure con un paio di Lega Pro. Si dirà pure che Zeman non è un mago (vero: è un maestro), e in così poco tempo non può certo aver fatto miracoli. Il successo, però, non è frutto del caso: il quinto gol di Cerri, ad esempio, è un bignami del suo credo nel 4-3-3, con il movimento a uscire dell’esterno e l’inserimento del terzino; il secondo, invece, arriva su uno schema da manuale da calcio d’angolo. “Erano anni che lo provavo e non avevamo mai segnato”. Non è mai troppo tardi per Zeman, evidentemente.
Si vede la mano del boemo. Ma si vede soprattutto il suo spirito. La formazione, negli uomini e grosso modo anche nel modulo (per disperazione il povero Massimo Oddo le aveva provate più o meno tutte, 4-3-3 zemaniano compreso), era la stessa che aveva fatto disastri per mesi, avviandosi a diventare la peggior formazione d’Europa della stagione. Un gruppo di ragazzini talentuosi travolti dall’impatto con la massima serie e veterani che si sono riscoperti all’improvviso troppo vecchi. Contro il Genoa sembravano finalmente una squadra. Pure forte. E non sarà soltanto per la meccanica del principio che “allenatore che cambia, squadra che vince”. La magia l’ha fatta Zeman, praticamente solo con la sua presenza e le sue idee. La convinzione che “non c’è nulla di disonorevole nell’essere ultimi, meglio ultimi che senza dignità” (sarà per questo che ha accettato questa sfida impossibile). Il piacere di “vincere, ma rispettando le regole” (ogni riferimento è puramente casuale). Il rimpianto che “tutti purtroppo pensano solo al risultato e nessuno a far divertire la gente”. Mentre chi ieri era allo stadio o davanti alla tv si è divertito.
Pescara ha ancora bisogno di Zeman. La Serie A ha ancora bisogno di Zeman: uno dei pochi uomini nel calcio moderno in grado di trasmettere qualcosa. Un’idea, un valore, un’utopia. Dovesse davvero fare il miracolo, rimontando i 10 punti che oggi lo separano dal quartultimo posto dell’Empoli, una salvezza così varrebbe come lo scudetto o la coppa che non ha mai conquistato. Ma più probabilmente non ce la farà. Perché una vittoria non fa primavera: il Pescara è ormai spacciato e lui non cambia mai. Arriveranno ancora le goleade (più subite che fatte), i fuorigioco sbagliati a centrocampo, le sconfitte brucianti. È la sua storia: in carriera Zeman ha sicuramente più fallito di quanto sia riuscito. Ma “a volte i perdenti hanno insegnato più dei vincenti”. Ce l’ha spiegato lui.

venerdì 6 gennaio 2017

Coach Messina


TRATTO DAL LIBRO "Basket, uomini e altri pianeti" di Ettore Messina, addeditore






"... La priorità per l'allenatore di qualsiasi disciplina è offrire un ragionevole livello di competitività ai suoi discepoli: senza sfide e obiettivi lo sport non serve a niente. Nello sport di squadra c'è poi la difficoltà di perseguire la crescita del gruppo senza annullare le personalità dei singoli. Ribadisco con forza che i bambini devono essere messi di fronte a una sfida se vogliamo che la pratica sportiva abbia un senso. Dire sempre che va tutto bene ed essere contenti per le sconfitte non è per nulla educativo. (...) Data la scarsità di risorse, la domanda di coach supera nettamente l'offerta. Gli allenatori dei giovanissimi sono perciò in maggioranza giovani a loro volta. Il sottoscritto ha cominciato così a 17 anni, quando gli venne fatto capire che sarebbe stato più utile alla causa allenando che giocando. L'alternativa, vista la preparazione inesistente, era tra nuotare o annegare. E se in qualche maniera sono riuscito a stare a galla imparando dai miei errori, per quegli errori i miei giocatori dell'epoca hanno pagato un prezzo alto di cui mi dispiaccio. (...) Per un genitore senza conoscenze tecniche specifiche non è facile giudicare l'operato dell'allenatore del figlio. Consiglio di basarsi su due fattori, l'umore del bambino quando torna a casa dall'allenamento/partita e il livello di unità della squadra. Se mio figlio torna a casa con il sorriso e la sua squadra con altruismo e senza gelosie, significa che va tutto bene, indipendentemente dal colore del referto. Se invece troppo spesso si verifica il contrario, è meglio cambiare ambiente anche se arrivano le vittorie. Parlando da genitore, se Filippo vorrà continuare a giocare a basket come fa (entusiasta) ora, la mia posizione sarà delicata. Dovrò infatti trovare la maniera di stare vicino a lui senza essere soffocante nei confronti suoi e dell'allenatore. Ricorderò per sempre la sua fase di innamoramento per il basket, quando l'arrivo di qualsiasi amico della nostra casa moscovita (Lele Molin e Claudio Crippa i due più gettonati) comportava l'inizio dell'obbligatorio 2vs2 contro me e Laura. Filippo spegneva tutte le luci e cominciava a introdurre i giocatori snocciolando a memoria la formazione del Cska dell'epoca, poi riaccendeva le luci, faceva un pò di riscaldamento e dava inizio alle ostilità, interrotte solo ogni tanto da un time-out, cioè una pausa su una sedia preventivamente attrezzata con asciugamano per la bisogna. La parte difficile, come ben sanno i genitori di qualsiasi latitudine, arriva quando papà e mamma superano la naturale inclinazione a far vincere il bambino e gli insegnano, tramite la sconfitta, il rispetto dell'avversario e il riconoscimento della sua superiorità. Senza provare questa esperienza, per quanto drammatica all'inizio, lo sport non sarebbe quella perfetta metafora della vitain cui convivono frustrazione e gioia. Cioè, una cosa straordinaria."

lunedì 28 novembre 2016

Fidel Castro e lo sport


Articolo di Stefano Arcobelli preso dal sito:
http://www.gazzetta.it/Altri-Mondi/26-11-2016/grande-amante-sport-fidel-sfioro-baseball-pro-170999418719.shtml


Grande amante dello sport, Fidel “sfiorò” il baseball dei pro’
Appassionatissimo di tutte le discipline (soprattutto quelle olimpiche), il dittatore cubano le seguiva costantemente in televisione. Leggenda vuole che rifiutò un provino per trasferirsi a giocare negli Usa

"Lo sport “diritto del popolo” è stata una delle chiavi della vita politica di Fidel Castro: un argomento, un settore cruciale sul quale sono stati scritti anche vari libri, come il più diffuso “Fidel e lo sport”. Del resto, il popolo cubano che dal 1959 ha lottato contro il colosso americano (che ha sempre stritolato l’economia dell’isola caraibica attraverso l’embargo scattato dopo la Rivoluzione) non poteva che trasformarsi in un popolo di lottatori. “È morto Fidel? La domanda è valida, ma non abbiamo la risposta”. Negli ultimi anni le voci si sono rincorse tante volte, ma Fidel appariva sempre, soprattutto in quelle “Riflessioni” che scriveva settimanalmente su “Granma”.
SPIRITO RIBELLE — Non è nato politico ma ha avuto un “carattere ribelle” fin da piccolo. Così si descriveva nella sua autobiografia dove confessava anche di essere stato più bravo in matematica che in grammatica e poi la sua passione per le armi, che imparò a usare fin da giovane. In “La vittoria strategica”, Castro scrisse: “Non sono nato politico, anche se da piccolo ho visto dei fatti che, scolpiti nella mia memoria, mi hanno aiutato a capire le realtà di questo mondo”. Raccontava anche la fame che aveva patito: ”Ho conosciuto la fame credendo che fosse appetito” nell’abitazione di una maestra dove era stato mandato all’età di 6 anni, a Santiago de Cuba. A 8 “mi sono ribellato in maniera cosciente per la prima volta in vita mia”. Come? Decise di non mangiare perché era stato portato nell’internato della scuola cattolica La Salle, dove a 11 anni picchiò uno dei sacerdoti. Quando finì il liceo a 18 anni, era “sportivo, alpinista, appassionato di armi e buon studente”, scriveva. ”Nonostante le mie origini (borghesi), avevo un concetto marxista-leninista della nostra società”. Fidel affermava poi che “ero più bravo in matematica che in grammatica” e che decise di studiare Legge perché “discutevo molto”. In quella facoltà visse esperienze che gli sarebbero servite per il resto della sua vita, a causa del “carattere ribelle” ha ”fatto fronte al potente gruppo che controllava l’università” pistola alla mano.




TELESPETTATORE OLIMPICO — Sino ai Giochi di Rio, Fidel ha sempre vissuto in diretta le vicende sportive dell’isola, soffrendo terribilmente per le fughe dei suoi campioni, per la diaspora nel baseball, per quelle squadre-modello (come nella pallavolo) che prima dominavano e adesso faticosamente partecipano ai grandi eventi. La boxe, ai Giochi 2016, non lo ha tradito, ma Cuba è ugualmente rimasta lontana dal quinto posto assoluto nel medagliere colto a Barcellona 1992. ”Non perdo una gara olimpica in televisione, dai pesi al taekwondo, dal ciclismo al volley, tutto lo sport mi piace. Anzi, è nello sport che avrei dovuto dare il meglio di me, non in politica...”, diceva con la solita verve e oratoria straordinaria il Comandante Fidel, che seguiva gli eventi soprattutto attraverso il figlio prediletto Tony, per anni medico della nazionale di baseball.
“COMPRENSIVO” COL CALCIO — L’ex presidente cubano, proprio in una delle Riflessioni del 2012, si stava appassionando al calcio mostrandosi “comprensivo” con quegli assi “milionari che intrattengono milioni di persone e almeno non sono nemici di Cuba”.
Un grande campione al quale per anni ha dato ospitalità e riparo è stato Diego Maradona. E l’argentino aveva un rapporto speciale con il ‘lider maximo’, l’ultimo dei grandi personaggi che hanno fatto la storia. “Ha lasciato un Paese con un grande livello di dignità, una grande potenza morale. Il patrimonio dell’isola è un grande capitale umano e con i vantaggi di un alto livello di educazione”, erano le parole di Diego. “Quando morirò nessuno ci crederà, bisognerebbe fare una grande statua a Maradona”, rispondeva Castro a proposito dell’amico argentino.
IL TRIONFO DI RIO — Se il calcio non è mai stato protagonista nell’isola, le Olimpiadi sono state tutto per Cuba. E quando ad aggiudicarsele fu Rio de Janeiro, per Fidel si trattò “del trionfo del terzo mondo contro Usa e Giappone. Adesso non si dica che è stata la generosità delle nazioni ricche verso il Brasile, un Paese del Terzo Mondo. Il trionfo della città brasiliana è una prova dell’influenza crescente dei Paesi che lottano per lo sviluppo. Anche se sport popolari come il baseball (ma poi riammesso proprio dal 2020, ndr) sono stati eliminati dalle competizioni per far entrare intrattenimenti di borghesi e ricchi, i popoli del Terzo Mondo condividono la gioia dei brasiliani e appoggeranno Rio”.
LE WORLD CLASSIC — Quando, nel 2006, Cuba arrivò seconda alle World Classid di baseball, Fidel non esitò a devolvere il premio alle vittime dell’uragano Katrina “i martiri per i quale ora lotteranno i nostri atleti, anzi, si batteranno ancora più galvanizzati”. Era una risposta al Dipartimento del Tesoro americano che impediva agli Usa di versare dollari nelle case dell’isola fidelista. Una vita contro l’imperialismo anche nello sport: anche se Cuba adottò come sport nazionale proprio il baseball del quale Fidel era stato giocatore. Leggenda narra che avrebbe potuto firmare da professionista se non avesse intrapreso la via della Rivoluzione. Ricorda il presidente mondiale Riccardo Fraccari: “Fidel era il primo che andava all’aeroporto quando i giocatori tornavano con il titolo, per lui lo sport era strumento di promozione sociale vera, lo sport con scuola e sanità è stato uno degli elementi caratterizzanti della sua vita pubblica”.
CORRUZIONE — Fidel Castro per i torti subiti da Cuba ai Giochi 2008 di Pechino nella boxe e nella vicenda di Angel Valodia Matos, che nel taekwondo ha colpito con un calcio l’arbitro rimediando l’inevitabile squalifica a vita insieme al suo allenatore Leudis Gonzalez, fece scalpore con le sue dichiarazioni. «Non sono obbligato al silenzio contro la compravendita degli atleti e la corruzione degli arbitri». Come fa ormai da quando ha passato il timone del governo al fratello Raul per motivi di salute, Fidel andò all’attacco attraverso un articolo su Cubadebate nel quale denunciava «la mafia che si è attrezzata per farsi gioco delle regole del Cio». Castro denunciava «le ripugnanti azioni mercenarie» per danneggiare lo sport dell’isola caraibica, e che in questo spirito «è giustificabile, ha la mia solidarietà» la reazione di Valodia Matos, visto che i cubani avevano anche accennato a un tentativo del Kazakistan di comprare l’incontro negli 80 kg contro Chilmanov, e che è costato al cubano il bronzo. «Matos s’è indignato per un’ingiusta squalifica (sconfitto 3-2 dopo una pausa ritenuta troppo lunga per rimettersi in piedi dopo un infortunio, ndr) e non è riuscito a controllarsi». Nella boxe, che totalizzò 4 argenti e 4 bronzi - e dal ’68 nessun oro - «ho visto poi alcuni giudici che hanno deliberatamente rubato gli incontri a due pugili cubani nelle semifinali: erano già stati condannati prima di combattere nonostante la loro dignità e il loro valore» attaccava l’ex Comandante che da sempre negò il professionismo che «per interessi commerciali ha trasformato le Olimpiadi, lo sport e gli sportivi in semplice mercanzia. Anche gli atleti che hanno portato medaglie d’argento, di bronzo o buone posizioni, hanno un grande merito come rappresentanti dello sport dilettantistico che fu all’origine della rinascita del movimento olimpico». Castro ce l'aveva contro «chi si dedica a rubare atleti ai Paesi del Terzo Mondo: Cuba non ha mai corrotto un atleta o un arbitro». E gli errori di Cuba sconfitta nell'ultima finale olimpica 2008 dalla Sud Corea dopo aver battuto in semifinale gli odiati yankees? Fidel parla anche del baseball che non «I nostri giocatori non lo fanno per i soldi, dobbiamo essere onesti, analizzeremo ogni singola disciplina e valuteremo se ci sono stati errori». Non avrebbe immaginato che il suo sport modello si sarebbe dissolto e le sue stelle avrebbero raggiunto la Major League: davanti alla tentazione dei dollari nessuno dei suoi chicos più bravo ha resistito. Solo Omar Linares rese felice Fidel rifiutando il mega contratto negli anni dai New York Yankees: "Preferisco giocare per 10 milioni di cubani che per 10 milioni di dollari". Con la morte di Fidel finisce un'epoca.
LE PARTITE CON IL “CHE” — Fidel Castro disputava storiche partite con “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos nello stadio Latino, il tempio dello sport dei cubani. Quando vide la finale delle Little World Series seduto accanto al Che, il pubblico invocò a gran voce il nome del Comandante affinché egli parlasse. E lui non esitò a farlo: ”Sono qui come semplice tifoso, comunque se a Cuba ha vinto la Rivoluzione i cubani possono certo vincere le Little World Series”.
La storia dell’isola caraibica sarebbe cambiata se molto prima della Rivoluzione Castro avesse accettato di giocare negli Usa a baseball? Un’altra leggenda vuole che quel lanciatore mancino ben dotato rifiutò un provino. E la storia di un popolo cambiò. Addio Fidel.

lunedì 21 novembre 2016

Le Progressioni: Alessio Zancocchia



Mercoledi 16 Novembre 2016
Le progressioni di: ALESSIO ZANCOCCHIA

Cat. Esordienti
PROGRESSIONE DI UN'ESERCITAZIONE TECNICO/SITUAZIONALE (durata 24 minuti)
(trasmissione, ricezione, smarcamento, inserimento e conclusione)

Gruppo di lavoro: 14  allievi + 2 portieri che lavorano a fianco con il preparatore.
Spazio di gioco: area di rigore (poco più).
Materiale: porticine piccole – paletti – cinesini per partenze – coni – casacche due colori – porta grande per inserimento portiere – ostacolini.


1) GIOCO A MURO, INSERIMENTO, CONCLUSIONE CON OBBLIGO DI CONTROLLARE IL PALLONE CON UN PIEDE E CALCIARE DI PRECISIONE CON L'ALTRO. Partono contemporaneamente entrambe i colori. Il giocatore sul fondo (A) parte senza palla, esegue uno scatto ad aggirare il cono, salta l'ostacolino facendo una sorta di cambio di direzione e va a restituire a muro il passaggio del compagno (B) con il pallone posto a limite dell'area, il quale una volta ricevuto il pallone, effettua un controllo orientato in avanti per trasmettere palla sull'inserimento del compagno (C). Una volta ricevuta palla, controllo di sinistro e tiro di destro nella porticina (obbligatoriamente a due tocchi). Contemporaneamente l'altro colore lavora utilizzando l'altro piede per la conclusione. Invertire i gruppi dopo 4 minuti di lavoro ininterrotto. A va al posto di C, C al posto di B, B al posto di A. Curare il tempo d'inserimento e il controllo.


2) CALCIO LUNGO, CONTROLLO, GIOCO A MURO, INSERIMENTO CON MOVIMENTO AD ALLARGARSI PER CONCLUDERE CON IL PIEDE PIU' VICINO ALLA PALLA, ORIENTANDOSI CON IL CORPO. Si lavora un colore alla volta. Inseriamo il portiere sulla porta grande e togliamo le porticine per rendere l'esercitazione sempre più situazionale. Il giocatore sul fondo (A) parte con la palla, effettua un calcio lungo sul giocatore fuori area (B) e segue girando dietro al cono e saltando l'ostacolino, (B) controlla e gioca palla su (A) il quale gioca a muro sul compagno che effettuerà un controllo orientato in avanti per servire sull'inserimento il giocatore (C), che avrà l'obbligo di concludere dopo un inserimento con movimento a prendere ampiezza passando dietro al cono, in modo da posizionare il corpo per calciare di interno destro (piatto) anticipando il portiere calciando di prima. Contemporaneamente l'altro colore lavora utilizzando l'altro piede per la conclusione. Invertire i gruppi dopo 4 minuti di lavoro ininterrotto. A va al posto di B. B va al posto di C, C al posto di A. Curare il tempo d'inserimento e il corretto posizionamento del corpo.



3) CALCIO LUNGO, CONTROLLO, GIOCO A MURO, CONTROLLO ORIENTATO E PALLA SUL TAGLIO DEL COMPAGNO DALLA PARTE OPPOSTA. Si parte un colore alla volta. Il giocatore sul fondo (A) parte con la palla, fa due tocchi in avanti e calcia forte sul compagno fuori area (B) e segue. (B) restituisce palla al compagno che gioca a muro. Una volta ricevuto il passaggio a muro, (B) si orienta verso il centro del campo e fa passare la palla forte tra i due paletti in direzione del compagno C che taglia verso la porta e conclude a piacimento (applicando i due gesti tecnici su cui si è lavorato nei precedenti step) sul portiere in uscita. Contemporaneamente l'altro colore lavora con l'inserimento dal lato opposto. Invertire i gruppi di lavoro dopo 4 minuti di lavoro ininterrotto. A va al posto di B. B va al posto di C, C al posto di A. Curare il tempo dell'inserimento con taglio e il corretto indirizzo del passaggio, nonché la ricezione.


Stiamo parlando di esordienti 2° anno. Il mio pensiero è quello di inserire in un'esercitazione tecnica una componente situazionale per perfezionare il gesto tecnico su cui ho lavorato, aggiungendo una componente tattica fondamentale come può essere lo smarcamento o l'inserimento senza palla. Anche in un'età come questa, tenendo in considerazione il gruppo e le sue caratteristiche, preferisco lavorare molto in situazione (in questo caso importante poi inserire il portiere per rendere veritiero il tutto) perchè ritengo fondamentale il movimento e la continua ricerca di intensità per ridurre tempi morti e periodi di staticità, oltre ad incentivare il tutto con una competizione (in questo caso, li ho stimolati a conteggiare i gol sommandoli di squadra, facendoli contare nel risultato della partita finale). Ho notato molta attenzione, grande applicazione nei gesti da eseguire, buona intensità e un miglioramento dei gesti e dei movimenti richiesti mano a mano con il passare dei minuti, traendo molte conclusioni positive anche in una carenza come quella della poca precisione sotto porta.



mercoledì 9 novembre 2016

Calcio come religione laica universale


Articolo di Leonardo Boff (http://leonardoboff.wordpress.com)traduzione di Romano Baraglia
preso da http://www.storiedicalcio.altervista.org/



La coppa mondiale di calcio disputata in Brasile , come pure altri grandi eventi calcistici, assumono caratteristiche proprie delle religioni. Per milioni di persone, il calcio - lo sport che forse più di ogni altro stimola spostamenti di persone nel mondo intero - tiene il posto tradizionalmente occupato dalla religione.
Studiosi della Religione, come Emilio Durckheim e Lucien Goldmann, tanto per citare due nomi importanti, sostengono che “La religione non è un sistema di idee; è piuttosto un sistema di forze che mobilizzano le persone fino a condurle alla più alta esaltazione” (Durckheim). La fede compare sempre abbinata alla religione. Questo stesso autore classico afferma nel suo famoso “Le forme elementari della vita religiosa”: «La fede è innanzitutto calore, vita, entusiasmo, esaltazione di tutta l’attività mentale, trasporto dell’individuo al di là di se stesso». E conclude Lucien Goldmann, sociologo della religione e marxista pascaliano: “Credere è scommettere che la vita e la storia hanno un senso; l’assurdo esiste ma non prevarrà”.
Dunque, a guardar bene, il calcio, per molta gente adempie caratteristiche religiose: fede, entusiasmo, calore, esaltazione, un campo di forza e una permanente scommessa che la loro squadra si aggiudicherà il trionfo finale.
La spettacolarizzazione dell’apertura dei giochi ricorda una grande celebrazione religiosa, carica di rispetto, riverenza, silenzio, seguiti da un fragoroso applauso e da grida di entusiasmo. Ritualizzazioni sofisticate, con musiche e sceneggiature delle varie culture presenti nel paese e la presentazione dei simboli del calcio (bandiere e stendardi), specialmente la coppa che mima un vero calice sacro, il santo Graal ambito da tutti. E c’è, salvo il rispetto, il pallone che funziona come una specie di Ostia con la quale tutti entrano comunione.
Nel calcio come nella religione - prendiamo la religione cattolica come punto di riferimento - esistono gli 11 apostoli (Giuda non conta) che sono gli 11 giocatori, inviati per rappresentare il paese; i santi di riferimento come Pelé, Garrincha, Beckembauer e altri; esiste inoltre un papa, presidente della Fifa, dotato di poteri quasi infallibili. Si presenta circondato da cardinali che costituiscono la commissione tecnica responsabile dell’evento. Seguono gli arcivescovi vescovi che sono i coordinatori nazionali della Coppa. Poi c’è la casta sacerdotale degli allenatori, questi portatori di speciale potere sacramentale di ammettere, confermare o togliere i giocatori. Dopo emergono i diaconi che formano il corpo dei giudici, maestri-teologi dell’ortodossia, vale a dire, delle regole del gioco, il lavoro concreto della conduzione della partita. Infine vengono (i chierichetti, che aiutano i diaconi.
Lo svolgersi della partita suscita fenomeni che avvengono anche nella religione: si odono invocazioni, canti (cori), si piange di commozione, si fanno preghiere, si emettono voti ( Filippo Scolari, allenatore brasiliano, ha mantenuto il voto di andare a piedi 20 km fino al santuario della Madonna di Caravaggio in Farroupilha, caso vincesse la Coppa come poi di fatto avvenne), scongiuri e altri simboli della diversità religiosa brasiliana. Santi forti, orixàs e energie di Axé sono evocate e invocate.

Esiste una Santa inquisizione, il corpo tecnico, la cui missione è zelare per l’ortodossia, dirimere conflitti di interpretazione ed eventualmente processare e punire giocatori o addirittura squadre intere.
Come nelle religioni e chiese, esistono nel calcio ordini e congregazioni religiose così come il “tifo organizzato”. Questi hanno i loro riti, i loro canti la loro etica, famiglie intere che scelgono di abitare vicino al Club della squadra, vere chiese, dove i fedeli si incontrano e comunicano i loro sogni. Si fanno fare tatuaggi sul corpo con i simboli della squadra. Il bambino non fa a tempo a nascere che la porticina dell’incubatrice è già ornata con i simboli della squadra del cuore per dire ‘siamo battezzati, non tradiremo la nostra fede’.
Considero ragionevole interpretare la fede come ha fatto il grande filosofo e matematico cristiano Blaise Pascal: una scommessa; se scommetti che Dio esiste hai tutto da guadagnare; se di fatto non c’è, non hai niente da perdere. Dunque è meglio scommettere che Dio esiste. Il tifoso vive di scommesse (la cui espressione maggiore è la lotteria sportiva) che la fortuna sarà a favore della sua squadra oppure che qualcosa all’ultimo minuto del gioco tutto può cambiare. Infine vincere per quanto forte sia l’avversario. Nella religione ci sono persone di riferimento, la stessa cosa vale per i campioni.
Nella religione esiste la malattia del fanatismo, dell’intolleranza e della violenza ai danni di altre espressioni religiose; lo stesso nel calcio: gruppi di di una squadra aggrediscono quelli della squadra rivale. Gli autobus vengono presi a sassate. E a volte ci scappa il morto, veri delitti conosciuti da tutti. Tifoserie organizzate e fanatiche possono ferire e perfino ammazzare tifosi del team avversario.
Per molti il calcio è diventato una cosmovisione, una forma di interpretare il mondo di dare senso alla vita. Alcuni sono depressi quando la loro squadra perde e euforici quando vince.

Io personalmente ho un grande apprezzamento per il calcio per una semplice ragione: essendo portatore di quattro protesi alle ginocchia e ai femori, mai avrei la possibilità di fare quelle corse con cadute spettacolari. Fanno quello che io non potrei mai fare senza cadere a pezzi. Ci sono giocatori che sono geniali artisti di creatività e abilità. Non senza ragione, il maggior filosofo del secolo 20º, Martin Heidegger non perdeva nessuna partita importante, perché vedeva nel calcio la concretizzazione della sua filosofia, la contesa tra Essere e Ente mentre si affrontano, si negano, si compongono e attuano l’imprevedibile gioco della vita che noi tutti stiamo giocando.

mercoledì 2 novembre 2016

Le Progressioni: Matteo Marinelli


Progressione di Mister Matteo Marinelli rivolta alle categorie Piccoli Amici e Pulcini


Assalto al castello

 Cambi di direzione e senso, finta e dribbling di corpo, guida della palla, sviluppo di un pensiero strategico, individuale e di squadra

Spazio di gioco costituito da due castelli che contengono il tesoro (casacche, cinesini, palloni). Una linea centrale divide lo spazio in  due parti; una parte sarà occupato dalle truppe dei gialli, che difenderà il tesoro del proprio castello; l’altra parte sarà occupato dalla truppa dei rossi che cercherà di fare la stessa cosa.




Inizialmente il tesoro sarà formato da casacche, cinesini e entrambe le truppe avranno lo stesso numero di pezzetti di tesoro. Al via del gioco, le truppe dovranno cercare di difendere il proprio tesoro, respingendo gli assalti degli avversari toccandoli e andare a conquistare a loro volta i pezzetti di tesoro degli avversari.  Al termine del tempo stabilito, vince la squadra che avrà il tesoro più grande nel proprio castello. Chi viene toccato nel territorio avversario, non può continuare e rubare il pezzetto del tesoro dei nemici. Chi ha conquistato un pezzetto di tesoro, non può essere toccato mentre torna nel proprio territorio.
Varianti:
1.       Chi viene toccato nel territorio avversario resta bloccato fino a quando un proprio compagno non riesce a liberarlo con un tocco.
2.       Chi viene toccato nel territorio avversario è obbligato a ritornare nel proprio territorio, passando attraverso un percorso impervio nel bosco ( scaletta coordinativa, cerchi, ostacolini ecc..).
3.       Chi viene toccato, viene trasformato in un animale e deve tornare nel suo territorio muovendosi nel suo modo caratteristico.


Inserimento del pallone (i tesori saranno rappresentati dai palloni che si trovano nel castello)
Varianti:
1.       Inizialmente è consentito riportare i tesoro con le mani, poi solamente in conduzione.
2.       Prima di riportare i tesoro nel castello è obbligatorio effettuare un giro completo intorno ad un cinesino che divide i due territori.
3.       Si può richiedere un “dai e vai” con un compagno prima di posizionare il tesoro nel proprio castello.
4.       Si può mettere uno scalpo ad ogni bambino (lo scalpo rappresenta la spada); solamente chi ha la spada-scalpo può andare ad attaccare mentre  chi lo ha perso resta nella propria metà territorio a difendere il castello. I compagni che riescono a raggiungere il castello potranno decidere se riportare un pezzetto di tesoro o la  spada per il proprio compagno.

5.       Tiro in porta: dietro ogni castello viene posizionata una porta. Chi riporta il tesoro nel proprio territorio, prima di posizionarlo nel castello ha la possibilità di segnare un punto extra effettuando un tiro nella porta che sarà difesa da un portiere della squadra avversaria. Al termine del gioco si sommano sia i tesori nel castello che le reti segnate. Vince la squadra che ha totalizzato più punti. 

mercoledì 26 ottobre 2016

Il Professor Lele Adani


Articolo di Maurizio Caverzan preso da:

http://www.rivistaundici.com/2016/06/01/professor-adani/



Siccome il calcio contemporaneo rigetta i dogmi, se vuoi starci dentro seriamente non puoi mai finire di imparare. Allenatore diplomato a Coverciano, Daniele Adani è un quarantenne che accetta la sfida della complessità. Uno disposto ad ascoltare e con un tratto di umiltà nei modi. Un quarantenne che studia.

Un anno fa stupì molti per il no a Roberto Mancini che lo voleva suo vice alla guida dell’Inter. Optò per proseguire l’esperienza di opinionista televisivo. Commentatore e seconda voce nelle telecronache. C’erano la parola data e un progetto avviato con Sky da onorare. E c’era la consapevolezza del privilegio di raccontare e spiegare calcio a un pubblico qualificato. Non un ripiego, non una parentesi, non un dopolavoro in attesa della chiamata di qualche club per tornare in prima linea. «Un lavoro a tempo pieno. È una questione di incastri umani e professionali che si combinano in un certo modo. Mancini ha capito e ora siamo più amici di prima. Ma non è stata una scelta definitiva, tra quattro anni vedremo».

Oggi Adani è il più apprezzato commentatore di calcio in circolazione. Apprezzato da tecnici e giocatori, da giornalisti e colleghi. Apprezzato dai telespettatori. «Per uno che ama questo sport, la televisione è un punto di vista privilegiato. Preparandoti, lo vivi nella sua totalità. Segui la partita, il fatto agonistico, gli allenamenti, le abitudini dei calciatori, la tattica, la psicologia, il lavoro degli allenatori, le cose che dicono in conferenza stampa… C’è sempre qualcosa da approfondire, qualche talento da scoprire. Per questo dico che la curiosità è la prima dote. Il calcio non è fatto di verità assolute. L’unico suo dogma è non averne. Vale prima di tutto per me che pure ci sto dentro tutto il giorno. Anche se mi documento, se studio, non potendo essere tutta la settimana a bordo campo come un tecnico, mi mancherà sempre qualche informazione. E allora penso che devo andarci piano con i giudizi». Più controtendenza di così… «Il nostro ruolo ci fa stare sopra una collinetta a guardare in basso dove fischiano le pallottole. Se ti controlli un attimo puoi essere più analitico, più rispettoso della complessità di uno sport di squadra fatto da ventidue giocatori e un’infinità di variabili».

Giusto, quando si parla di tattica e di moduli di gioco, meglio essere prudenti. Ma se invece si fanno valutazioni tecniche, sulla qualità di un singolo calciatore, si vede se uno è scarso, un buon giocatore o un campione. O no? «Certo, ma a questo punto quello che fa la differenza sono i modi. Nella comunicazione la forma è sostanza. Si fa presto a dire che un giocatore non è da Inter o da Milan. Ma non è mai tutta la verità. Quando arrivò Mancini ci si chiedeva se Medel avrebbe resistito e ora ci si accorge che è il più presente. È l’assemblaggio che conta, la chimica tra i giocatori. A me piace riflettere. Preferisco documentarmi. Ascolto tutti, anche quelli con cui non sono d’accordo. Non c’è un parere più qualificato di altri a priori. Se proprio arrivo a dare un giudizio assoluto voglio farlo alla fine di uno studio approfondito. Solo così posso essere credibile».

Sintesi: certezze poche, studio tanto. Il calcio ha il motore sempre acceso, se rallenti sei finito. «A Coverciano ci insegnano che un giocatore si analizza attraverso quattro parametri: l’attitudine mentale, la tecnica, la tattica e le doti fisiche. Per me c’è anche il quinto elemento, che non dico sia il più importante, ma quasi: i tempi di gioco. Quelle quattro doti servono a niente se uno non ha i tempi giusti, se non si muove in sintonia con gli altri. È il tempo che fonde le caratteristiche di un giocatore. Un calciatore modesto ma con i tempi giusti può essere più utile di uno che ha più qualità ma va per conto proprio».

Un altro dei suoi segreti è Wyscout, la app creata da un gruppo di ragazzi di Chiavari che monitora tutto il calcio mondiale, grazie alla quale si tiene aggiornato sulle squadre sudamericane, di cui è esperto da quando le commentava per Sportitalia, e su quelle dell’Europa League. Una prateria sconfinata, con tutte quelle squadre finlandesi, turche, polacche. «Quando dicevo che questo è un lavoro a tempo pieno non scherzavo. Al mattino leggo i quotidiani, riguardo i filmati delle partite che ho registrato, mi informo sui risultati dei campionati e delle coppe sudamericane. Poi mi concentro sulle squadre di cui dovrò parlare nel prossimo turno di Europa League o per l’anticipo di Serie A. Una cosa che cerco subito è come una squadra propone in una fase e contiene nell’altra nelle ultime partite giocate. Vedo se ci sono corsi e ricorsi. Mi consulto con i coordinatori dei programmi per preparare dei focus su schemi e giocatori da mostrare in studio prima delle partite. Anche scrivere e prendere appunti mi aiuta a focalizzare come giocano le squadre e a ricordare mosse e contromosse degli allenatori».

Il rischio può essere prendere il calcio come ossessione. Una magnifica ossessione. Tanto più che per un outsider non dev’essere facile la convivenza in un team di opinionisti farcito di vincitori di Mondiali e Champions League. «Sono ben consapevole di essere in mezzo a calciatori blasonati. E ovviamente mi spiace non aver vinto quanto loro. Sono pieno di rispetto e ammirazione. Però poi, quando dobbiamo commentare le partite, quello che abbiamo fatto dieci o quindici anni fa è solo un piccolo bagaglio di esperienza per egli argomenti che sviluppiamo. Documentarsi, entrare nei contenuti, non è un compito per fuoriclasse e persone speciali, ma per persone normali. Pensare che chi ti ascolta si accontenta delle tue opinioni nate in base alle tue vittorie del passato è qualcosa di incompleto e anche un po’ presuntuoso. Se devi parlare del Bruges conta poco quante coppe hai vinto. Se devi commentare il Carpi di Castori e non sai quali sono i suoi schemi non ti basta avere la Champions in bacheca. A me piace fare il calcio che diventa show, non fare show parlando di calcio»

A volte viene anche il dubbio che il suo lavoro sia così meticoloso che persino gli allenatori fatichino a seguirlo. «Con gli allenatori ho un ottimo rapporto. Documentarmi è il mio modo di rispettare il loro lavoro. I tecnici capiscono se bluffi, se provi la frase a effetto».

E così eccoci a un’altra sintesi, “la formula delle tre c”: conoscenza, competenza, credibilità. Sembra l’algoritmo dell’analista. «Ma non c’è niente di garantito in questa formula, perché si può conoscere senza essere competenti e viceversa. E allora la credibilità è un miraggio». C’è qualcosa di sacchiano in Daniele Adani? Forse oggi potremmo dire che quello di Sacchi era un calcio algoritmico… «Certo, Sacchi ha cambiato radicalmente il calcio. Ma più che un approccio scientifico il mio è un buon matrimonio tra passione e applicazione. In questo senso, mi sento più vicino a Guardiola e a Bielsa. Secondo me, la passione abbinata all’applicazione generano l’intuizione e la genialità. Tanto lavoro durante la settimana, poi a venti minuti dalla fine il grande allenatore ha la scintilla e cambia la partita. Questa scintilla o ce l’hai o no. Non la puoi allenare».

La chiacchierata è finita. Ma si continua a parlare: della rimonta della Juventus, del Milan assortito male, di Mourinho, di mercato, della difesa dell’Inter e di Scolari che al mondiale brasiliano non convocò Miranda… Adani non si lesina. «Non dovevi andare via dopo un’ora?», gli ricorda qualcuno. «Ma no. Sono fatto così, anche al bar ascolto e parlo ad esaurimento. Sono sempre l’ultimo ad andare a casa. Quando si è finito di parlare di calcio».